Perché non sono femminista

Perché non sono femminista
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Il femminismo radicale e il femminismo universale. Il femminismo oggi: “adesso il femminismo si concentra sulle etichette e sull’identità, invece che sul contenuto filosofico e politico del movimento… perché credono agli stereotipi che tutte le femministe sono lesbiche, non si depilano la gambe, odiano gli uomini, si rifiutano di diventare mogli e madri, fanno lavoretti artigianali col loro sangue mestruale”. Definirsi femministe oggi è un trend, che si fonda su elementi superficiali, per esempio “quante donne sono amministratrici delegate, quante firme del “New York Times” sono di donne… Un’amministratrice delegata può alzarsi fieramente in piedi e proclamare la sua fede nel femminismo, continuando al tempo stesso a subappaltare le commesse a fabbriche in cui donne e bambini lavorano in condizioni di schiavitù”. Conta la quantità, non la qualità della donna nelle posizioni di potere. “Quel che è peggio però è la tendenza del femminismo contemporaneo a vedere le donne in posizioni di potere come un bene in sé, donne come Hilary Clinton, che da senatrice ha smantellato i programmi assistenziali a scapito di donne e bambini”. Perché poi molte donne si rifiutano di definirsi femministe? È la paura di doversi calare nei vecchi stereotipi, tipo “tanta rabbia tanti peli”? O è successo altro durante le lotte delle femministe radicali che le ha negativamente influenzate? E il rapporto con gli uomini?

Se sei donna sei femminista. A giudicare dal titolo, evidentemente l’assioma non funziona del tutto. Jessa Crispin, scrittrice americana, non è cronologicamente una femminista storica, essendo nata nel 1978, quindi alla fine della seconda ondata femminista (che, storiograficamente, si pone a inizio anni ’80). Ha formato la sua coscienza femminista durante l’esperienza a Planned Parenthood, un’organizzazione no-profit che coordina cliniche per la salute della donna in America, ascoltando le varie esperienze delle assistite e potendo consultare libri sull’argomento (era la bibliotecaria). È utile e necessario definirla radicale, perché tutto il libro è una requisitoria riguardo quello che lei definisce “un’etichetta”, un femminismo blando, “annacquato”, di superficie, che ridicolizza, nel peggiore dei casi, il radicalismo della prima ondata (anni ’60) e non ha, per questo, basi ideologiche. Ciò che Crispin definisce etichetta, è ciò che viene denominato femminismo universale, che è tale proprio perché è un termine in cui tutte le donne si possono identificare, basta che dicano “io sono femminista”, anche senza una dimostrazione concreta. Prendo Hilary Rodham Clinton come termine di paragone, perché già citata da Crispin. Sin dal famoso discorso a Pechino del 1995 durante la Quarta Conferenza dell’ONU sulle donne, quando era First Lady, si dimostra estremamente consapevole della condizione femminile e invoca un futuro migliore per tutte, attraverso l’accesso all’istruzione, la tutela della salute e il rispetto dei diritti umani; diventa virale il suo messaggio sui diritti civili in un paese come la Cina, dove all’epoca (e non solo) venivano calpestati. Peccato però che poi tra i maggiori finanziatori della campagna per le presidenziali contro Trump, anni dopo, figurino paesi come Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi dove i rispettivi regimi tirannici se ne fregano non solo dei diritti delle donne, ma dei diritti civili in generale. A questo, aggiungiamo pure il supporto della potente lobby ebraica americana, a lei solidale quando, in una mail svelata da Wikileaks, Rodham si lamentava della scarsa incisività degli interventi armati israeliani nella Striscia di Gaza, nella primavera/estate del 2014. Tutto questo per dire che per essere femminista non è sufficiente indossarne il badge, occorre dimostrarlo. Se la maggioranza delle donne che si professano femministe aderiscono solo al significante, svuotandolo completamente del suo significato, è facile allora che molte dicano “io non sono femminista”. Nel complesso, il pamphlet di Crispin risulta un po’ confusionario, la suddivisione in pseudo-capitoli non aiuta a schematizzare in maniera chiara i concetti, perché c’è sempre un ritorno a argomentazioni già espresse in precedenza, e le ripetizioni eccessive non giovano alla scorrevolezza. Vi appaiono termini gergali, fastidiosi al mio orecchio, che non si lascia scandalizzare facilmente. Lascio al commento di chi vorrà affrontare la lettura i passi che riguardano le parole rivolte agli uomini e alle non femministe.



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