Permafrost

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Suicidarsi. È questo il suo pensiero ossessivo. Ma tra il dire il fare, anzi tra il pensare e il fare, ci sono tutta una serie di minuscoli dettagli: il pensiero di schiacciare un gatto orribile buttandosi di sotto, legioni di persone pronte a usare manovre di primo soccorso contro di lei qualora un nocciolo di oliva le andasse di traverso, una tenda della doccia esteticamente non all’altezza della scena di un suicidio, un treno troppo lungo per il suo corpo esile. E le medicine, quelle maledette medicine di cui sua madre e sua sorella sono sponsor viventi. “Mia sorella dice che è contenta. Contenta! Quella parola era già arrugginita quando mi hanno dato alla luce. Quando dice “contenta” – “Sono molto contenta” dice – mi mostra i denti”. Non le è ben chiaro se è felice o angosciata. Nel vocabolario di sua madre invece esistono solo parole come “vedersela brutta” e “sistemarsi”, il senso di orgoglio per non ingrassare a Natale e per avere una casa sempre immacolata. Qual è la sua strategia di sopravvivenza? Ritirarsi nel permafrost. Se solo quelle piccole crepe in cui si insinua il calore del mondo non continuassero a manifestarsi…

Provvisoriamente prestata alla narrativa, la poetessa catalana Eva Baltasar, come ci ha raccontato in un’intervista, sta ultimando la sua trilogia di romanzi e, nonostante questo, non riesce a dire di aver smesso di fare poesia. Permafrost prende forma attraverso il tipico flusso di coscienza, un monologo interiore che si puntella su uno stile asciutto e prezioso, scandito da immagini che seppure appartenenti al passato, appaiono nitide come se fossero, appunto, congelate. Il permafrost del titolo quindi è ciò che conferisce la struttura al romanzo stesso: costruito di continui rimandi avanti e indietro nel tempo, rende impossibile al lettore stabilire un prima, un dopo e soprattutto un “ora”, nel fluire della narrazione. Non è questo ciò che evidentemente alla Baltasar interessava comunicarci: Permafrost è un romanzo composto di frammenti, che ci restituisce profilo e consistenza frammentata di una figura femminile così consapevole della propria (e altrui) infelicità da permettersi di ironizzare sin dall’inizio sulla sua stessa morte. “Alla poesia, perché lo permette”. La dichiarazione d’amore in apertura da parte dell’autrice suona come un “mettiamo subito le cose in chiaro”. Se sono qui, badate bene, è solo merito suo.

LEGGI L’INTERVISTA A EVA BALTASAR



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