Personal velocity

Personal velocity
Sette donne, sette vite, sette sofferenze. Greta, editor di una piccola casa editrice, scopre l'ebbrezza del tradimento assieme a quella della realizzazione professionale; Delia fugge da un marito violento con i suoi figli e cerca di ritrovare un equilibrio sentendosi di nuovo sessualmente attraente; Louisa diventa una pittrice di successo e passa di flirt in flirt per riscattare la vita di sua madre, che cercava di evadere dalla sua noiosa vita di provincia creando piccoli oggetti kitsch; Julianne è una padrona di casa perfetta ma una poetessa dallo scarso talento, che vive di luce riflessa per aver sposato un poeta di grande successo, più anziano di lei; Bryna è una umile donna delle pulizie che vive in una casa oppressa dall'ingombrante presenza della vecchia suocera e sogna di essere intervistata da tv e giornali; Nancy è una bambina che viene molestata da un bagnino ed inizia con paura ed emozione a scoprire la sua e l'altrui sessualità; Paula è incinta ed ha appena assistito ad un'incidente mortale. Fuggendo carica un giovanissimo autostoppista col corpo pieno di ferite misteriose...
Con questo sorprendente, mirabile esordio letterario (dal quale la Miller, estrapolando tre delle sette storie del libro, ha tratto un film che ha trionfato al Sundance Festival del 2002), la "figlia di Arthur Miller" smette di essere una delle tante giovanotte di illustri natali che affollano lo show-business e inizia a brillare di luce propria. La teenager anoressica, colta, disturbata e semi-alcolizzata (così la 41enne artista ama descrivere la sua adolescenza upper class) ha lasciato il posto ad una donna fine, che ama alzarsi alle prime luci dell'alba e concedersi lunghe passeggiate solitarie, nuotate o corse in bicicletta, sempre dopo aver dato la pappa al suo adorato micio. Tale invidiabile tran tran sembra aver forgiato un fior di scrittrice, perciò segniamo un altro punto a favore del salutismo. La parola chiave - per una volta, diamine, tutt'altro che abusata - del flusso narrativo scatenato dall'autrice è "poesia". E uno stile asciutto, fremente, ben temperato, stilizzato, ottenuto distillando le parole con parsimonia ed attenzione fino a trarne olii essenziali. Sette donne colte nel bel mezzo di un rito di passaggio, di uno snodo fondamentale delle loro vite, indecise tra forza e vulnerabilità, ferite ma mai prive di speranza: donne che mostrano i lividi che gli anni e le circostanze hanno inflitto loro con fierezza e dignità. Difficile scegliere un ritratto più vivo, più efficace, più bello degli altri: forse la storia di Delia, così vibrante di denuncia sociale, così odorosa di sottoproletariato di provincia americana; forse quella di Louisa, splendida e tremenda nel descrivere la tensione carica (anche) di affetto tra madre e figlia, forse infine quella di Bryna, la massaia frustrata di campagna che sogna di magnificare a frotte di intervistatori il suo personalissimo metodo di lavaggio dei piatti. Ma il tachimetro dell'emozione è comunque sempre costantemente ben oltre il limite di velocità. Vi risparmio il gioco di parole sul titolo del libro. A buon rendere.

 

 

 
 
 
 
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