Peste e corna

Peste e corna

Non è un glottologo, non è un semiologo, non è un lessicografo, non è un linguista, non è un grammatico: Roscia è un innamorato della nostra lingua italiana che vuole rivelare l’essenza delle espressioni idiomatiche, delle metafore logore, dei cliché, dei luoghi comuni, degli stereotipi, glissando su adagi, detti e massime. Vuole capire perché ci serviamo tanto spesso di frasi fatte: crede succeda per comodità, per socializzazione, per neutralità, per difesa, per paura, per viltà, per abitudine, per conformismo, per contagio, per horror vacui, per pigrizia, magari anche per oggettiva incapacità, per limitatezza. Vuole ricordarci cosa rischiamo, adottando quasi meccanicamente troppe “espressioni seriali”: “tendiamo a subire e non a scegliere, a riflettere di meno, a giudicare senza conoscere, a rinunciare alla diversità e alla verità, a ragionare per ‘sentito dire’”. Roscia sa benissimo che può esistere un uso “quotidiano e indolore” di certe frasi, tuttavia rifiuta in toto ogni automatismo; e così va scandagliando origini e fonti di certe espressioni, e sprofonda nella Bibbia o nei Vangeli, nelle pagine delle vecchie mitologie greca e romana e nei vecchi manuali di storia; va consultando antichi e moderni trattati filosofici, rilegge polverose favole di Esopo e i Fedro, sfoglia quotidiani sportivi, torna con la memoria alla sapienza degli antenati contadini, si distrae con le riviste di moda o di cinema, non si dimentica la pubblicità. E dal suo scrigno riemerge l’origine della famigerata “voce in capitolo”, e il significato stretto del “bernoccolo”; il rimosso accorgimento “a tutto spiano” e la sacralità dimenticata del “vecchio bacucco”, la mistica meridionale dello “spaparanzare” e la probabile verità di “giacomo giacomo”, l’eroismo d’antan dei “franchi tiratori” e la francata autentica che si riconosce quasi “alla carlona”, l’impensabile danza piemontese dietro la “manfrina” e la verità sulla pacchia; senza dimenticare, da raffinato critico enogastronomico, la [modernissima] lezione antica romana nascosta dietro al “de gustibus”...

Peste e corna. Come disintossicarci da luoghi comuni, frasi fatte e compagnia bella, nuova incursione di Roscia nei meandri della lingua italiana dopo Di grammatica non si muore [Sperling & Kupfer, 2016] e dopo l’apprezzato e bizzarro romanzo La strage dei congiuntivi [Exòrma, 2014], è una buona occasione per tornare a meditare sul nostro lessico, sulle nostre competenze e sulle nostre interazioni con l’alterità; non si può negare – soprattutto in contesto giornalistico, pubblicitario, politico ed editoriale, in genere – che il mestiere spesso suggerisca [o meglio, possa quasi imporre] scorciatoie o stratagemmi discutibili, per questioni di praticità, di immediatezza, di tetto battute o di stanchezza. Roscia riesce a divertire e a intrattenere mentre sta, con bello stile, prendendo più o meno a sganassoni il suo lettore, ricordandogli quanto estenuante può essere avere a che fare con metafore logore, filosofia spicciola e frasi di circostanza, in genere, e quanto tempo si finisce per perdere a parlare di nulla, a spostare l’aria. Conoscevo l’artista [romano, classe 1970] circa da inizio carriera, come condirettore editoriale del notevole periodico “Turismo Culturale” e come apprezzato collaboratore del “Gambero Rosso”; avevo, en passant, apprezzato il suo secondo libro, Guido. Diario di bordo di una famiglia che ama il mare [2010], atipica storia di tre generazioni di ristoratori riminesi e del loro tempio, nato come baracca di legno; ho scoperto, leggendo la bandella del suo Peste e corna, che Roscia, oltre a essere “mimo parlante” e “collezionista di periodi ipotetici del terzo tipo” è docente di “comunicazione, tecniche di scrittura, editing e marketing territoriale”. Decisamente “proteiforme e di difficile catalogazione”, Roscia si conferma una delle intelligenze più divertenti, erudite e insolite dello scenario letterario contemporaneo – uno che poteva dare del tu al Paolo Monelli del “Ghiottone errante” come all’incontenibile Campanile; uno che ormai ha cominciato a farsi riconoscere, in ogni caso, con una certa facilità.



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