Peter Holtz

Peter Holtz
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Repubblica Democratica Tedesca, 1974. Peter ha solamente dodici anni ma ha già abbracciato la fede comunista con uno afflato non comune. Il suo è uno slancio puro, talmente puro da non comprendere come la cameriera del ristorante si arrabbi quando Peter si rifiuta di pagare il conto perché non possiede denaro: “I soldi non sono importanti. Finché sono un bambino la nostra società deve provvedere a me, non importa se in collegio o durante una gita al Mar Baltico”. E si sorprende che nessuno condivida le sue idee, che nessuno comprenda che è giusto così. Crescendo, la sua anima comunista incontra il cristianesimo e le due parti si fondono assieme. “Tutti gli esseri umani sono miei fratelli”, dice a chi gli domanda sorpreso “Allora prima ho sentito bene: lei è cristiano? E comunista?”. Ma per lui quelli che sono pronti a combattere per un mondo migliore non sono solo fratelli ma compagni e compagne. Peter crede fermamente e sinceramente nell’abolizione del denaro – “perché la nostra società dovrebbe darmi dei soldi se questi stessi soldi prima o poi finiscono di nuovo nelle sue mani?” - e della proprietà privata. Eppure, sembra letteralmente perseguitato da una strana fortuna che lo fa arricchire, trasformandolo poco a poco in un giovane e ricchissimo imprenditore. Più Peter regala i suoi beni, arrivando persino a bruciare denaro durante un’installazione artistica, e più ne riceve. Con la caduta del muro di Berlino del 1989 tutto cambia e Peter si trasforma in un gallerista di successo e l’arte sarà proprio il suo ultimo ed estremo tentativo di influenzare la società, indirizzandola verso un bene comune che pare irraggiungibile…

Capitalismo democratico, comunismo cristiano, socialismo incompreso. Peter Holtz è, in sostanza, un’anima pura e candida, persino buffa, ma coerente con le proprie idee che però hanno la capacità di adattarsi a ogni mutamento sociale, volgendolo a proprio favore. Tuttavia, per quanto si sforzi di agire, Peter non riesce a cambiare la mentalità delle persone. Appare cioè come una personalità promettente, una bomba sociale pronta a esplodere e rivoluzionare il mondo, ma che poi brilla solo per sé stesso. “È una vera stregoneria, come se quelli che la pensano come me fossero ovunque, tranne dove mi trovo io!”. Il problema, pensa Peter, sta nel modo che hanno i vertici del partito di trattare le persone, considerandoli bambini. Di conseguenza, le persone si comporteranno come tali: immaturi, teppistelli, pubescenti. La caduta del muro fa entrare gli anni Novanta nella DDR e con essi il mostro capitalista che viaggia con il denaro. Perciò è a esso che Peter si rivolge. “Voglio capire se possiamo risolvere i problemi con il denaro oppure no”. E chissà se esiste una risposta giusta e una sbagliata. Sta di fatto che il personaggio di Peter è una pecora nera in mezzo a un gregge immacolato, o viceversa. Ma è anche l’unico pesce che risale la corrente nel solo modo teoricamente giusto, mentre gli altri si fanno trascinare dai flutti, ignorandolo. Potremmo quindi considerare questo libro di Ingo Schulze (nato a Dresda ma berlinese di adozione) un romanzo di formazione, picaresco e profondo allo stesso tempo. Pensiamo all’idea di disinnescare il denaro per purificarlo dal suo cinismo. Non è niente male. Ma, come anche Peter constata, ognuno di noi dovrebbe farlo e qui sta il problema. Considerandoci parte di una società e di una pluralità, non ci sentiamo responsabili in forma personale di come agiamo, ma tendiamo a delegare ad altri ciò che noi stessi auspichiamo andrebbe fatto.



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