Pezzi da 90

Pezzi da 90
L'invasione delle armate di Saddam Hussein è oramai questione di ore. Forse di minuti. Lo sceicco lo sa bene. Non a caso suo fratello, l'emiro Jabir al-Ahmad al-Jabir al-Sabah, ha da tempo lasciato il Paese. Ora però tocca anche a lui. Saddam pare stia entrando con centomila soldati, non è mica uno scherzo. Così, col sedere sprofondato sulla poltrona letto del Boeing, finalmente sembra essere al sicuro. I motori sono già accesi e attende solo il decollo. L'arrivo dei soldati iracheni a bordo è però tanto fulmineo quanto asettico. In pochi secondi gli sono addosso e mentre lo trascinano via, in poche battute gli spiegano senza risparmiare i dettagli, quale sarà la sua orrenda fine. Così, pochi minuti dopo aver sputato via giù tutti i denti e mentre sente l'occhio penzolargli dallo zigomo, chissà perché gli torna in mente Valladolid, il Nuevo Estadio José Zorrilla. Siamo alla Coppa del Mondo dell'82, dieci minuti alla fine e il suo Kuwait è sotto di 3-1 contro la Francia. Su una triangolazione Genghini-Platini-Giresse si sente fortissimo il trillo del fischietto. Tutti si fermano tranne lo stesso Giresse che segna ed esulta pure. Lui è lì in tribuna. C'è tutto il mondo che guarda. Può mica farsi prendere così per il culo in mondovisione. Ed è allora che decide. Con l'arbitro ci va a parlare lui... Anche il secondo tempo supplementare sta per concludersi e tutti oramai pensano solo ai rigori. Ma l'Italia è capace di tutto. Mai pensare di averla fatta franca. Come quella volta quando col Nacional Medellin il Milan dopo zero occasioni segna al 119' su punizione portandosi via Coppa Intercontinentale e sogni di gloria. Lui era lì allora, proprio in mezzo a quella maledettissima barriera. Ma oggi nella finale mondiale 1994, davanti al mondo intero ad affrontare l'Italia c'è il Brasile, non la Colombia. Loro, i cafeteros non hanno passato nemmeno il primo turno eppure a pensare ai vari Rincon, Valderrama e Asprilla, qualcuno li dava addirittura tra i favoriti. No, la Colombia è tornata prematuramente a casa anche grazie al suo autogol contro gli Stati Uniti. Un gol, un maledetto autogol in scivolata per anticipare un cross basso di Arkes, che costerà ai sudamericani il prematuro rientro a casa e a lui, Andrés Escobar Saldarriaga addirittura la vita...
Baggio, Maradona, Sivori, Bora Milutinovic, ma anche arbitri, sceicchi, militari e poliziotti. Non solo calciatori eroi della pedata sul palcoscenico più luccicante dell'universo, ma soprattutto personaggi minori, gregari, gente comune che ha incrociato per una volta, magari di striscio, il più grande circo stellare del pianeta, il Campionato del Mondo! Una storia, un racconto per ogni edizione disputata, da Uruguay 1930 fino a Sudafrica 2010, diciannove meravigliosi pezzi di vita per mostrarci gli attori non protagonisti, quelli che il sogno mondiale l'hanno vissuto dalle retrovie, lontano anni luce dalle paillettes e dai riflettori dei prim'attori. Questi sono i pezzi da 90 messi insieme da Stefano Marelli – dopo il grande successo sopratutto di critica del suo Altre stelle uruguayane - bravissimo a raccontare il calcio business moderno dal lato degli uomini più che da quello degli invincibili eroi televisivi tutto muscoli, gel e eye-liner, restituendoci con un filo di malinconica nostalgia la grazia, l'umanità e la semplicità di quei vecchi eroi del calcio – e di quel po' di noi - che non torneranno più.

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