Più veloce dell’ombra

Più veloce dell’ombra
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Primavera 1982. In tv spopolano Dallas, Casa Keaton, l’aerobica e i polsini coloratissimi di Jane Fonda. Alessandra ha dieci anni e vive a Roma. Suo padre sfoggia camicie hawaiane, cappellino dei Detroit Tigers e un paio di baffoni alla Magnum P.I. Sua madre è una Charlie’s Angel fatta e finita col sorriso Durbans, esperta in laccate acconciature antigravità e ossessivo controllo del cibo. Quando il padre riceve una promozione, propone di rimettere la decisione al caso: sarà il lancio di una monetina a siglare il trasferimento della famiglia a Torino, in un complesso residenziale di villette bianche e asettiche immerso nel nulla, perfetto e plasticoso come un giocattolo Mattel. Bisogna ricominciare da capo e integrarsi, cosa che ad Ale sembra non riuscire. La città è grigia, gli altri bambini magrissimi e silenziosi, il dialetto incomprensibile – cosa saranno mai le cicles? –, i conflitti tra i genitori estenuanti. Nella nuova classe la ritengono strana, la “romana de Roma”. La sua compagna di banco Elena, per cui nutre una profonda adorazione, si rifiuta addirittura di starle vicina. Per quanto ci provi, Ale non ce la fa proprio ad essere “normale”. Ma non è colpa sua in fondo se sembra un maschio, se le piace vestire comoda e a volte è troppo sgraziata. Se i cavalli imbizzarriti che ha dentro scalpitano e la costringono a storcersi tutta, calmandosi solo dopo compulsive abbuffate…

Un’artista a dir poco poliedrica, Federica Tuzi. Scrittrice, film-maker, sceneggiatrice di documentari e serie tv, scultrice, nota per le sue performance irriverenti – tra gli ultimi progetti, lo scanzonato duo musical-teatrale No Choice con la cantautrice olandese Merel Van Dijk –, per i numerosi reading ed il costante impegno nell’affrontare argomenti attualissimi e scottanti – diritti, tematiche LGBT, femminismo, “gender” e molto altro ancora. Un animo ribelle, che ha saputo fare della provocazione e dell’(auto)ironia un grido di battaglia, un’arma tagliente ed efficace da sfoderare magistralmente in ogni situazione, compresa l’attività letteraria: da qui la divertita, brillante ironia che permea Più veloce dell’ombra, il suo secondo romanzo. La Tuzi riprende e approfondisce la storia di Alessandra, protagonista della sua opera prima Non ci lasceremo mai (premio John Fante nel 2011). Alessandra non è una bambina comune, non secondo i convenzionali canoni sociali. L’atteggiamento goffo, qualche chilo di troppo, un mucchio di tic in un corpo troppo cresciuto la rendono strana, diversa. E la paura del diverso, si sa, acceca. Osserviamo così le avventure di Ale trasformarsi in disavventure: il trasferimento in una Torino glaciale e respingente, palcoscenico su cui l’autrice fa sfilare cucador e squinzie, Moncler dai colori improbabili, individui afflitti dalla proverbiale “puzza sotto al naso”, contrapponendoli ad una ridotta schiera di personaggi “veri” e, agli occhi dei più, fuori dalle righe; le prime infatuazioni, profondamente sbagliate agli occhi dei suoi coetanei; la costante ricerca dell’approvazione altrui, forte della candida, ingenua fiducia propria dell’età infantile che, se da una parte la spinge in situazioni al limite dell’esilarante, dall’altra la rende più debole e indifesa di fronte alle più bieche umiliazioni e all’insensato disprezzo di chi la circonda. La penna della Tuzi oscilla continuamente tra puro divertimento e momenti che lasciano in bocca, a fine lettura, un sapore amaro difficile da scacciare. Basterebbe così poco per aprire gli occhi e guardare oltre. Per capire che “normalità” è solo una parola insidiosa. Che la diversità, per dirla con le parole dell'autrice, è una inestimabile “risorsa”. Federica Tuzi ha saputo spiegarlo con estrema semplicità, attraverso una storia tenera, fresca, da leggere tutta d’un fiato.



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