Piano D

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Ottobre 2011, DDR. Martin Wegener, capitano della Volkspolizei al Commissariato Köpenick, viene convocato d’urgenza nell’area lungo il gasdotto interzona accanto al lago di Müggel. Nel fitto del bosco sono già accesi i fari della Scientifica, “chiazze abbaglianti solcate da tronchi d’albero”. Sono le nove e un quarto di sera. Nel migliore dei casi stavolta si smonterà alle undici, nel peggiore tra l’una e le due, rimugina amaro il poliziotto. Wegener ha cinquantasei anni, una faccia che sembra “una carta geografica stropicciata su cui sono segnate poche battaglie vinte e molte perse” e il cuore spezzato da quando la bellissima moglie Karolina lo ha mollato. Accanto al gasdotto, c’è una Phobos Prius parcheggiata, e sopra, impiccato, c’è un uomo molto anziano. Cappotto costoso, cravatta di seta, orologio d’oro. Sei uomini in tuta bianca rovistano metodicamente il terreno intorno all’automobile. Sembrano “animali stranamente disciplinati alla ricerca di cibo, ricerca tanto meticolosa quanto vana”. Wegener è nervoso, avverte la presenza di qualcun altro, qualcuno che dall’oscurità del bosco sta osservando la scena, magari con un visore notturno e un microfono direzionale. Ma probabilmente è solo un’impressione. Si avvicina al cadavere, il medico legale lo ha steso a terra e lo sta esaminando. A nessuno dei poliziotti sembra un suicidio. Più probabilmente un’esecuzione, “o la messa in scienza di un’esecuzione”. C’è un particolare inquietante, inoltre: il morto ha le stringhe delle scarpe legate tra loro e al collo un nodo scorsoio con otto occhielli. La firma della Stasi. Solo che la Stasi – almeno ufficialmente – non esiste più da vent’anni. Questo vuol dire che il caso non resterà alla Volkspolizei a lungo, al massimo tra uno o due giorni passerà al K5, che secreterà tutto e amen. Oppure peggio ancora direttamente a Normannenstraße, alla Difesa dello Stato, Dipartimento Interno…

Immaginate che le oceaniche manifestazioni di protesta e le pressioni internazionali della fine degli anni ’80 non abbiano portato alla caduta del Muro di Berlino e non abbiano scatenato nessuna reazione a catena politica. Immaginate che semplicemente il Presidente del Consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca Erich Honecker sia stato sollevato da tutti gli incarichi e gli sia succeduto tale Egon Krenz, che dopo aver promesso una profonda politica di riforme abbia comunque concesso a chi lo desiderava di trasferirsi a Ovest. Immaginate che si sia verificato un esodo di massa verso la Repubblica Federale di Germania e che subito dopo la DDR abbia chiuso di nuovo i confini. Vent’anni dopo, il Muro è ancora lì, il blocco sovietico non è imploso e la vita scorre abbastanza tranquilla, tra automobili Phobos alimentate a olio di colza al posto delle vecchie Trabant, smartphone marca Minsk, navigatori Navodobro e coca-cola Wartburg. Questo è il XXI secolo in cui si muove il capitano Martin Wegener, questa è la DDR ucronica in cui Simon Urban, copywriter per le più prestigiose agenzie pubblicitarie tedesche, ambienta il suo serrato noir. Proprio nei giorni in cui il negoziato tra le due Germanie sulla fornitura di gas – una commessa di importanza assolutamente vitale per le esangui casse della DDR – sta faticosamente giungendo a conclusione, un complotto che sembra arrivare dal passato rischia di far saltare il banco. Ritmo adrenalinico, atmosfere hard-boiled, ambientazione cupa e paranoica sono le caratteristiche che tutti si attendono da un libro del genere: e difatti ci sono. Più sorprendenti sono l’ironia con cui Urban riesce a sovrapporre un 2011 credibile all’idea di un Paese europeo in cui vige il Socialismo reale e la qualità letteraria della scrittura, che si concede un linguaggio assolutamente non standardizzato, ambizioso e a tratti persino sperimentale. Non sempre comprensibili (ma di certo non è colpa di Urban) gli “inside joke” sulla politica tedesca degli ultimi decenni. Ah, e la D del titolo sta per Deutschland, ovviamente.



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