Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia
Tre ragazzi - Gaga, Osso e Pupetta - originari di Lortica, paese immaginario del peggiore entroterra siciliano. Sono scappati appena hanno potuto, per andare a studiare e a lavorare in “continente”. Osso, al secolo Andrea, lavora a Roma come giornalista in una radio, Martina, alias Pupetta, gira come una trottola per l’Europa alla ricerca della sua vocazione e Gaga-Marco è un omosessuale felice a Praga, dove passa da una storia all’altra. A Lortica ormai ci tornano sempre meno, tranne per sporadiche visite alle rispettive famiglie, ma questa volta è diverso. Stavolta c’è un motivo per tornare. Pieni di buoni propositi rivoluzionari, esasperati di fronte all’ennesimo delitto di mafia compiuto con il beneplacito del sindaco, decidono di scaricare un camion pieno di letame davanti alla casa del primo cittadino. Ma quella che all’inizio può sembrare una semplice bravata finisce per innescare una serie di eventi a catena che metteranno Gaga, Osso e Pupetta di fronte alle proprie responsabilità, a fare i conti con una realtà che esplode in tutta la sua durezza e va oltre i facili luoghi comuni con cui i forestieri amano descrivere tanto spesso l’isola. E allora ecco che tre ragazzi “presuntuosi”, tre ragazzi che erano tornati nella provincia per giocare agli eroi e combinare cazzate, si troveranno costretti a scegliere se scappare di nuovo o rimanere a combattere, con il sostegno di vecchi amici e nuovi amori, la loro guerra contro i “pidocchi”, come vengono definiti i mafiosi in paese...
Ed è qui che tutti gli stereotipi rivelano la loro inconsistenza, e l’immagine della Sicilia come terra irredimibile eppure romantica, mostra la sua fallacia. Ai cannoli, agli arancini, ai Montalbano e al mito della mafia i personaggi del libro contrappongono storie vere, quelle vissute sulla loro pelle di ragazzini cresciuti in un paese difficile, dove pestare i piedi a certi gaglioffi poteva costarti caro, dove ogni giorno incrociare per sbaglio lo sguardo di un pidocchio provocava tremori e mal di pancia da star male. Perché la mafia non è Il Padrino, i mafiosi non sono i protagonisti di un film resi più attraenti dal fascino oscuro del male, ma come i pidocchi “infestano il capo e il corpo della Sicilia” quando non vivono in latitanza, nascosti come sorci, la famiglia decimata dalle guerre tra clan. La retorica, anche quella che celebra gli eroi della lotta antimafia, non fa più presa su questa generazione disincantata che ha abbandonato gli ideali. Resta il presente, da interpretare con i nervi e la pancia, più che con la testa, incrociando le dita, ribellandosi all’ultimo stereotipo, quello della paura. Lo stile svelto e diretto, estremamente visivo, sembra anch’esso tendere a scardinare regole prefissate. La pagina è frantumata in paragrafi brevissimi che fanno “vedere” la storia come inquadrature di un film. E se talvolta il rischio è quello di cadere in una scrittura giovanilistica (assenza di riguardi per la punteggiatura, ritmo parlato), già fin troppo abusata da Brizzi in qua, il racconto che prende corpo nel corso del romanzo smentisce anche questa previsione, riempiendosi di contenuti, di immagini tutt’altro che banali o già sentite. C’era bisogno di un altro romanzo che parlasse della Sicilia? Forse sì, perché a quanto pare esistono ancora sguardi diversi che riescono a raccontarla.

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