Piccole esistenze

Horace Prynton ha trentacinque anni. Vive a Manhattan con sua moglie Hariel, donna di cui afferma essere ancora abbastanza innamorato e due figli ‒ a suo dire davvero notevoli ‒, Anne e Tommy, rispettivamente di sette e nove anni. Lavora come vicedirettore della prestigiosa rivista “The Rider”, per la quale si occupa di letteratura, teatro e cinema. Agli occhi di tutti dunque un’esistenza davvero felice e persino invidiabile. Eppure non è così. Perché c’è qualcosa che ossessiona Horace e non gli permette di godere appieno la sua vita. Ed è quel reticolo che lega le apparenti piccole, insignificanti e distaccate altrui esistenze con la sua. Un fil rouge invisibile ai più ma che lui non può fare a meno invece di cogliere e rivivere attraverso il ricordo. Sono immagini estemporanee che riaffiorano dalla parte più recondita della sua memoria e si sovrappongono al presente. Rappresentazioni inspiegabili eppur tremendamente familiari che gli si affacciano prepotenti dall’inconscio. Su tutte, una. Quella di Amaelia, il cui viso angelico è scolpito nella sua mente fin dall’infanzia, ma che altrettanto coscientemente è sicuro di non aver mai conosciuto in vita sua. Tutto è cominciato guardando una foto durante una ricerca lavorativa in un archivio. Horace si è imbattuto in un’istantanea di due ragazzi con sullo sfondo un paesaggio bucolico. È stato un attimo, poi l’improvvisa e irresistibile sensazione di familiarità si è palesata tanto forte quanto inaspettata e l’ha definitivamente rapito, facendolo piombare nella primavera del 1940, a Namur, dove un diciassettenne, Heinrich Scoeltze, arruolatosi volontario nell’esercito, prende parte all’invasione del Belgio da parte delle truppe tedesche. E nel rastrellamento delle abitazioni dei civili in cerca di armi, finisce per imbattersi nella fattoria di una ragazza impaurita, una certa Amaelia…

Opera terza per il giovane scrittore e regista spezzino Lorenzo Fusoni, che con questo potente e onirico romanzo è riuscito a mettere in scena una straordinaria rappresentazione di ciò che comunemente viene definito “reale”, ma a ben guardare è solo un’infinitesimale parte di un oscuro e invisibile groviglio di fili ai quali le nostre e le altrui esistenze inevitabilmente e nostro malgrado si intrecciano in un caleidoscopico e imperscrutabile gioco di specchi. Richiamando alla memoria l’immaginifico Abre los ojos , ‒ fu Vanilla sky – di Amenábar per la sua capacità di intrecciare appunto realtà e sogno, verità e ricordo, oggettività e verosimiglianza, fondendo sapientemente filosofia, fisica quantistica, psicologia e paranormale, Fusoni è riuscito con abilità a scandagliare gli inaccessibili abissi della mente umana, mostrandoci l’immagine di quella miriade di schegge scomposte ognuna riflettente pezzi di esistenza presente, passata o futura del protagonista e la sua lenta, dolorosa e liberatoria messa a fuoco fino alla ricomposizione finale. Un puzzle che attraverso una scrittura solida, lineare e coinvolgente ci fa riflettere sul senso stesso della vita, sull’amore, sull’immanenza o la trascendenza di esso, sul mistero e fascino di ciò che la nostra mente considera veritiero e su quanto puerile sia soffermarsi troppo spesso sul particolare tralasciando il quadro d’insieme delle nostre e altrui troppo piccole ed effimere esistenze.



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