Piccolo bestiario indiano

Piccolo bestiario indiano

Per gli induisti la scimmia è uno degli animali più importanti e venerabile: questo grazie alla popolarità di Hanuman, il generale-scimmia della grande tradizione epica indiana, attendente devoto di Ram Chandra e esempio di gentilezza e valore. Ovunque si vedono raffigurazioni del dio scimmia, specialmente nell’India meridionale. Secondo gli indiani, gli inglesi sarebbero diretti discendenti delle scimmie seguendo una vecchia profezia del dio Hanuman. Ovunque le scimmie vivono libere, si riuniscono in branchi, bisogna essere attenti al cibo affinché non se ne impossessino. E nessun indiano le contrasterebbe mai. L’elefante è sempre stato una meraviglia del creato. Massiccio, imponente, altero. Dopo le vacche, è l’animale più sacro per gli indù. Ovunque vi sono raffigurazioni dell’elefante e ogni maraja ne possiede più d’uno. Non bisogna dimenticare che Ganesh, uno degli dei a cui gli indù sono maggiormente devoti, ha le sembianze di un elefante: nella tradizione ha il corpo di un bambino e il volto di elefante, porta nelle sue quattro mani uno scudo, un pungolo per elefanti, un fiore di loto e una conchiglia sacrificale. Le vacche e i buoi sono gli animali più sacri. Viaggiando ovunque in India, sono liberi e vivono per le strade, sono davvero la principale figura del paesaggio: la vacca e il toro sono intoccabili e poco importa se i coloni inglesi non lo comprendono davvero o se si stupiscono se intere cittadine si fermano al passaggio di una vacca. Il cobra, di cui tutti istintivamente abbiamo paura, è per gli induisti una creatura sacra ed eterna. I bramini lo venerano, i comuni cittadini sono da un lato terrorizzati dalla sua capacità di uccidere e dall’altro sanno che secondo la tradizione induista è proprio sul cobra che si poggia e riposa il mondo…

Jonh Lockwood Kipling, perlopiù sconosciuto ai lettori italiani, altri non è che il padre del più noto Rudyard Kipling: rovesciando le prospettive il più celebre figlio non sarebbe stato ciò che è stato senza un padre così. Jonh Lockwood è stato pittore, disegnatore di interni, viaggiatore appassionato, ha amato l’India e l’ha visitata in lungo e in largo a partire dal 1865, quando si è trasferito a Bombay. Piccolo bestiario indiano curato e tradotto da Alessandra Contenti è una summa di un trattato di J.L. Kipling del 1904, Beast and Man in India. La curatrice della più sintetica edizione italiana ha il merito di essere riuscita a condensare in un volume agile e scorrevole davvero l’essenza dell’India. Chi avesse oggi la possibilità di viaggiare nel continente indiano ritroverebbe esattamente molte delle cose e delle situazioni descritte agli inizi del Novecento: le scimmie sono davvero ovunque e nei paesi più piccoli – allontanandosi delle megalopoli indiane – sono davvero il tormento dei viaggiatori (a cui strappano di mano il cibo) e degli abitanti. Le vacche sono realmente le “padrone” della terra indiana. Interi paesi restano bloccati, con code interminabili d’auto, perché c’è una vacca al centro della strada che ha deciso di non muoversi. L’india è terra di contraddizioni. La si ama o la si odia. E se la ami, non sai esattamente perché: è sporca, povera, maleodorante, come ha scritto Tiziano Terzani, eppure te la porterai per sempre nel cuore. E non vedrai l’ora di tornarci.



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