Piena

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“Fu come un’epidemia. Ma il mondo non ne seppe mai nulla. Del fenomeno di cui parlo, non è rimasta traccia in nessuna cronaca che permetterebbe di ricostruirne il corso”. Tace il suo nome e anche la sua età, l’uomo che “ha il volto di tutti e di nessuno” nulla dice del tempo in cui vive, di quale sia la città che abita, ma sente impellente l’esigenza di raccontare la storia di una catastrofe e di come tutto abbia avuto inizio. A distanza di anni dalla morte della figlia e dopo avere viaggiato molto, un uomo torna nella metropoli in cui è cresciuto, credendo di ritrovare casa. Ma la sua città, una come tante ce ne sono in Europa, è profondamente cambiata. Il quartiere in cui vive, uno dei più miseri della metropoli, utilizzato come luogo di transito per i deportati nei campi di sterminio durante l’occupazione nazista del Paese, in passato è stato devastato dalle piene del fiume. Un evento che ciclicamente si ripete e che tutti sanno che si ripresenterà, ma si illudono che non sia così. È un quartiere di poveri ed emarginati, di immigrati scampati all’inferno, che sembra avere raccolto tutto il dolore fisico e morale del mondo. La speculazione immobiliare però, è arrivata anche qui e futuristici architetti hanno costruito una città sulla città. Un quartiere nuovo è stato innalzato sul preesistente. Scale, ponti e rampe collegano la parte sopraelevata ai bassifondi del vecchio quartiere. L’uomo vive in edificio semideserto, raramente incontra altri inquilini e il suo visitatore più assiduo è un gatto, che dopo un breve periodo di coabitazione, all’improvviso, scompare, proprio come la coppia di vicini, un uomo e una donna, conosciuti in occasione di un grande incendio esploso in uno dei palazzi del quartiere. Un giorno, la pioggia inizia a cadere giù senza interruzione…

Pagina dopo pagina, monta l’attesa di una rivelazione annunciata dall’io narrante, l’uomo qualunque, investito dalla missione di testimoniare cosa è accaduto e di fare luce sugli antefatti e i segni premonitori. Dettagli che acquistano senso soltanto dopo che siano stati uniti insieme da un tratto continuo, come nel famoso gioco delle riviste di enigmistica. Richiamando il racconto biblico, il diluvio descritto dal narratore è il segno di una rottura, non tra Dio e gli uomini, ma tra la terra e gli esseri umani, ingordi e imprudenti, incapaci di sentire lo scricchiolio del pavimento che sta per cedere, il fragile equilibrio ambientale che sta per spezzarsi. L’intero romanzo è pervaso da un’evidente sensazione di perdita e di solitudine. La scomparsa del gatto apre il varco alla memoria del dolore che, come la piena del fiume, inonda il presente. La morte di chi si è amato, una figlia, una madre, un’amante, sommerge l’universo individuale e tutto ciò che in esso aveva importanza. E nulla è più come prima. Philippe Forest, scrittore, docente universitario e letterato francese, torna ancora una volta sul tema della scomparsa e della mancanza e lo fa con un romanzo intriso di poesia, magistralmente tradotto da Gabriella Bosco, in cui tutto appare come la metafora dell’esistenza umana. Così la città nuova costruita sulla vecchia, cristallizzata nel posto più declive della città, dove confluiscono le miserie e le angosce umane.

LEGGI L'INTERVISTA A PHILIPPE FOREST

 


 

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