Pietra è il mio nome

Pietra è il mio nome

Genova, 1601. Venerdì di Carnevale. Durante un ballo in maschera, un incendio divampa nel palazzo dei conti De Negri, in vico Lepre, in pieno centro. Una figura scura, una donna, sosta accanto all’edificio. Il suo nome è Pietra, conosciuta da tutti come La Tunisina, perché cresciuta a Tabarca con i genitori che l’hanno adottata dall’orfanatrofio. È la contessa ad accorgersi per prima della sua presenza: si avvicina alla donna, la supplica di entrare nella casa ormai in fiamme, cercare il suo bambino e portarlo in salvo. Quando ciò avviene, nessuno si preoccupa di ringraziare Pietra, né di verificare che il fuoco non le abbia provocato ferite o altri danni. La donna se ne va, torna da dov’è venuta. Pietra è un’intoccabile, evitata e marchiata a dito dai suoi concittadini, i quali non mancano però di implorare il suo aiuto per liberarsi dalle sventure. Pietra è una rabdomante e grazie ai suoi poteri è in grado di guarire malattie, salvare vite, ritrovare chi è perduto. Questo, almeno, è ciò che la gente crede di sapere sul suo conto. “È più facile credere a un pezzo di legno o a un osso di balena che all’intuito di una donna”: così Pietra giustifica la propria condizione, il lasciar credere di avere poteri che di fatto non possiede, l’essere emarginata dalla società solo perché donna, orfana, povera. In quella stessa sera, mentre la festa e l’incendio distolgono la popolazione, una servetta viene uccisa da un uomo misterioso, che le lascia sul corpo una forcella, strumento tipico dei rabdomanti. Il primo di una serie di omicidi di giovani donne, i cui indizi lasciano supporre che Pietra sia la colpevole. Lei, che ha aiutato il Doge appena incoronato a scoprire che l’assassinio del suo predecessore, il nobile Lorenzo Sauli, è avvenuto a seguito di un complotto, e che dunque l’unico uomo attualmente in carcere per il delitto non ha agito da solo. Lei, chiamata dal segretario del Vescovo per scoprire un mercato di false reliquie. Sono in molti, tra i personaggi più in vista della città, a temere i “poteri” di Pietra. Chi di loro sta tramando affinché la donna sia ritenuta colpevole della catena di omicidi?

In parallelo a questo misterioso personaggio, e a un intreccio degno dei migliori thriller storici, la storia e la topografia della Genova del Seicento sono le vere protagoniste del romanzo di Lorenzo Beccati, più noto in Italia come il Gabibbo. Sì, proprio il personaggio televisivo dal costume rosso e il caratteristico accento che da molti anni attraversa il Paese accompagnato dalle telecamere di "Striscia la notizia". L’autore televisivo è anche autore di romanzi, e qui porta in primo piano la sua città – che per inciso, è anche la città di chi scrive – e dichiarando il suo amore al labirinto intricato dei caruggi, alla diffidenza di chi li abita, al melting pot di stranieri che in una città portuale si manifesta più che mai, al divario fortissimo tra la Superba nobiltà e la semplicità della classe popolare.



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