A pietre rovesciate

A pietre rovesciate
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Dopo che Dio ebbe creato il cielo e la pietra, le tenebre e le acque inerti, il di su e il di giù, il giorno e la notte, l’isola emerse. Dio toccandosi più volte la fronte corrugata con un pugno di farina bianca e una noce di miele creò allora l’uomo. L’uomo era bello a immagine e somiglianza di Dio, ma era senza cuore. Poi Dio plasmò una donna dal cervello dell’uomo e tutto sembrava perfetto. L’uomo, la donna, i loro lineamenti così sinuosamente combacianti, abitanti dell’isola e ignari del dolore tutto dell’universo. Allora Dio raccolse fango e urina di vacca e creò il Maureddino. Lo creò già bello e pronto, coi calzini neri e i calzoni di panno. Era nero, nerboruto e puzzolente di animale selvatico. Si ignorarono inizialmente, lui e gli umani. Poi la donna lo vide e ne rimase subito attratta. L’uomo non capiva come poteva amare un essere tanto ripugnante e rifiutare lui e la donna gli rispose che era il cuore ciò che lei cercava. Allora l’uomo capì, e arrivò il giorno in cui lo affrontò. Gli fracassò la testa con dodici colpi di pietra sulla testa, ma la donna era già gravida del suo seme e dopo qualche mese il piccolo e nero Maureddino vide la luce. L’uomo provò a rimediare ma non riuscì a concepire che femmine finché ‒ senza che nessuno se ne accorgesse ‒ non morì. E il piccolo Maureddino crebbe, superò la pubertà e impregnò tutte le sorelle popolando l’isola intera. Da lì sono nati anche Lui e Giana “l'innamorata sua” e milleduecento anni dopo ascoltano rapiti quei racconti di Nonna Dora sulle sorti del loro paesino Nur e dell'intero universo...

Racconti di principesse buone, deboli, crepate sotto il controllo di lune spietate, di regine malvagie decrepite e orripilanti la cui avarizia tramuta in statue di pietra condannandole a lacrime di ghiaia per l’eternità, di spose che preferiscono il vuoto infinito di un pozzo piuttosto che il vuoto di una vita senza amore. Questi e tanti altri i personaggi, le maschere, gli spettri felliniani che il cagliaritano Mauro Tetti ha plasmato per creare il fantastico e surreale mondo del villaggio di Nur, un posto senza tempo, che viene narrato a noi e al protagonista così come tutte le storie/leggende che si intrecciano via via tra realtà, sogno, ricordo e tradizione orale, per bocca di sua Nonna Dora, a partire dalla sua mistica genesi, quando prende vita quell’ammasso di pietre aspre e dure, come i suoi abitanti. È un viaggio onirico che ricorda per scelta stilistica e durezza disarmante dei contenuti la trasposizione cinematografica fatta da Garrone ne Il racconto dei racconti delle fiabe nere di Basile. Qui è il protagonista, un ragazzino senza nome, che attraverso gli occhi e i racconti della tradizione orale di sua nonna e in compagnia della sua amata, fata e strega dai capelli grigi e la pancia prominente ci conduce per mano attraverso il suo – e nostro ‒ doloroso e personale viaggio di formazione dall’infinita forza evocativa. Una fiaba disperata sulla deformazione dell’umanità, nella quale amore e morte, presente e futuro, antico e moderno s’intrecciano come infiniti e delicati filamenti di seta dalle cui maglie per lettore e personaggi, alla fine sarà impossibile sfuggire.



 

 

 

 
 
 
 

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