Pigmeo

Pigmeo
L'agente numero 67 ha solo 13 anni ma è puntuale a consegnare i suoi report, e sono tutti particolarmente efficaci. Da quando ha messo piede in America sotto le mentite spoglie di uno studente in scambio culturale, ha registrato tutto con dovizia di particolari. L'arrivo in areoporto, l'incontro con la famiglia ospite e in particolare con Sorella Gatto e Fratello cane-maiale che l'ha subito sbeffeggiato per la sua scarsa conoscenza della lingua inglese. Le bizzarre abitudini della tanto decantata società americana che viviseziona con sguardo altamente analitico, senza scomporsi anche di fronte alle aberrazioni più inaspettate per la terra delle opportunità celate dietro la glassa della gentilezza e del politically correct. Nei gesti e nelle abitudini quotidiane, con sguardo cinico e disincantato registra xenofobia, manipolazione della comunicazione, terrorismo culturale e non solo, visto che si troverà a sventare addirittura uno dei più classici eventi della società ospitante: un'esperienza che lo porterà a vacillare nell'esecuzione della sua parte nella missione segreta “operazione caos” di cui fa parte...
Palahniuk ha sempre destato nei lettori amore incondizionato o odio feroce misto a forte perplessità. Perché se da un lato è innegabile che i suoi libri generino quanto meno scalpore, è altrettanto vero che lo stile sincopato, crudo, super sintetico e spesso ridondante concettualmente è diventato un marchio di fabbrica che può essere indigesto a livello di lettura e talvolta anche culturale, o assurgere allo stato di cult per gli amanti dei tormentoni, del bizzarro e di quelli che non hanno altra bibbia se non Fight Club. Pigmeo potrebbe essere considerata un'opera “minore” e sperimentale di questo seminale e discussissimo autore, se non fosse che riassume in sé in maniera perfetta tutti i suoi paradigmi, i suoi temi “classici” e le sue ossessioni. Una satira feroce e crudele verso la società americana, che appare immensamente stereotipata proprio perché analizzata da un punto di vista “esotico” e pertanto, nelle intenzioni, obiettivo. Una figura protagonista “outsider” e quelle di contorno umane ai limiti del grottesco; un linguaggio crudo, spezzettato e disturbante, esasperato anche dal fatto di dover rendere palese le difficoltà linguistiche del “Pigmeo”: meraviglioso a questo proposito il lavoro di traduzione di Matteo Colombo che ha reso fruibile in maniera efficace la distruzione della grammatica e della sintassi dell'autore. Un bignami di temi e stili insomma, sicuramente non scorrevolissimo da leggere (ci vogliono almeno due-tre capitoli per non innervosirsi davanti agli strafalcioni di Pigmeo e abituarsi allo stile) ma a suo modo “geniale” nella sua ansia di sperimentare. 

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