Pino Daniele ‒ Terra mia

Pino Daniele ‒ Terra mia

Pinotto negli anni Settanta è uno dei tanti chitarristi napoletani che cercava di farsi notare e sbarcare il lunario nel capoluogo. Con la voglia di mettersi in gioco, un carattere schivo e ipercritico sia verso se stesso che verso gli altri musicisti, inizia a suonare il più possibile. Si avvicina a chiunque sia in grado di insegnargli o condividere qualcosa, dal rock al blues, dal jazz fino alla canzone popolare napoletana. E proprio questo amore per la contaminazione sarà la base del suo primo album: Terra mia. Le prime comparsate le fa nel gruppo Batracomiomachia ‒ dove tra gli altri c’è al sax Enzo Avitabile ‒ e per le registrazioni delle chitarre nel disco di Jerry Sorrenti, sorella di Alan, Suspiro (1976). Il giornalista Claudio Poggi lo va a vedere a una prova e Pino gli dice che ha dei pezzi pronti scritti in dialetto. Gli porta una cassetta registrata: un mix fra la tradizione napoletana e il delta del Mississipi. Il blues “era il suo gesto di ribellione. «Noi siamo come i negri. Il razzismo c’è, lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è», come mi disse più volte in seguito”. Il giornalista capisce di avere una bomba per le mani, che doveva essere assolutamente pubblicata: chiama Bruno Tibaldi alla EMI a Roma e ottiene un appuntamento. Anche il manager rimane stupito. Propone su due piedi a Poggi di diventare produttore esecutivo. Il resto è storia: Pinotto diventa Pino Daniele, e da Terra Mia in poi sarà una carriera fulminante, anche se purtroppo conclusa troppo presto…

Claudio Poggi, insieme all’amico musicista e giornalista Daniele Sanzone, raccoglie gli episodi e i ricordi che hanno portato alla realizzazione di Terra mia, album memorabile pubblicato nel 1977. In quegli anni a Napoli c’era un fermento unico dal punto di vista musicale: nomi che poi sarebbero diventati storici come la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Edoardo Bennato, gli Osanna, Alan Sorrenti, i Napoli Centrale, James Senese: la scena era denominata Naples Power. Il libro è pieno di aneddoti e di dialoghi zeppi di dialetto («Pinò comme staje?». «Bbuono, siamo tornati mo’ dal Belgio. Abbiamo aperto ’o concerto ’e Fats Domino e c’hanno pure chiesto ’o bis». «Azz’, grandi, ma ’a notizia cchiù bella ce l’ho io. Pinò, ce l’abbiamo fatta. La EMI è interessata, vuole fare un disco». «...Ma che staje dicenno?!»), rende bene l’atmosfera elettrica che si respirava a Napoli e ci fa capire come Pino Daniele fosse un artista fuori dal tempo: “In un momento storico in cui i cantautori erano la colonna sonora dei movimenti di lotta, dove l’importanza dei testi era fondamentale e la musica era tesa solo a far emergere la forza delle parole, Pinotto raccontava storie semplici con un’attenzione maniacale alle melodie e alle parti strumentali. Era un poeta e allo stesso tempo un musicista raffinato. Un caso raro in Italia, paragonabile forse solo a Lucio Dalla, che, come lui, si sentiva soprattutto un musicista, e per il quale le parole dovevano fondamentalmente suonare.” Un documento importante non solo per i fan del cantautore, ma anche per chi ama la musica italiana tout court.



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