Pioggia battente

Pioggia battente
Ha i baffi e un cespuglio scarruffato di capelli rossicci. Beve birra senza schiuma, perché la schiuma - compresa quella del cappuccino - gli fa venire la tosse. Beve anche grappa Nardini, fuma toscanelli e guida una vecchia Uno bianca. Il commissario Sandro Micuzzi è un uomo qualunque, niente di esaltante, niente di speciale. L’hanno spedito in quarantena a tempo indeterminato ad ammuffire fra gli scartafacci del Commissariato Città Studi a causa di una sparatoria finita male, di cui il questore Nardò ha approfittato per toglierselo dai piedi. A complicargli l’esistenza ci si mette pure Sofia, sua procace vicina, che fa la squillo, (ma lui, tonto e distratto, non se n’è mai accorto) e che gli fa la posta sul pianerottolo bersagliandolo di richieste d’aiuto. Qualcuno la minaccia al telefono e lei ha paura. Così, cercando di rintracciare il molestatore, Micuzzi si ritrova fra le braccia un morto non identificato, che ha avuto la pessima idea di farsi ammazzare in un appartamento di proprietà di Michele Bassi, avvocato milanese molto in vista, ammanicato con la gente che conta all’ombra della Madonnina. Proprio per questo l’indagine deve essere tenuta sotto la soglia di risonanza mediatica. Micuzzi riceve l’ordine di sbrogliare la matassa in modo ufficioso, senza clamore e senza pestare i calli a nessuno. Cosa che non gli riesce troppo bene. In più, ha anche i suoi guai personali a cui pensare. La sua ex moglie, in preda ad ansia di maternità, ha comprato un neonato da una famiglia di poveracci e adesso deve regolarizzarlo in qualche modo. Mariolina, amica di Sofia e pure lei puttana di lusso, gli si è appiccicata come una sensuale patella e, se non è facile resisterle, visto che sembra la sosia di Marilyn Monroe, non è neanche conveniente per un poliziotto darle troppa corda. Slalomando fra gli imprevisti della vita, sorretto e indirizzato dalla giunonica e provvidenziale agente Rosaria Della Vedova, Micuzzi procede, cocciuto come un mulo...
Che bel commissario s’è inventato Massimo Cassani. Sandro Micuzzi, qui al suo secondo caso dopo il precedente Sottotraccia, è ruspante, genuino, un tipo perbene, di quelli su cui puoi contare. Forse non proprio un’aquila se lo cogli di sorpresa al mattino, quando è più rintronato del solito, ma tenace nell’andare oltre la superficie del crimine. Si muove in una Milano prima annacquata da una pioggia claustrofobica che annebbia i parabrezza delle auto, poi soffocata da un caldo infiacchente e traditore scoppiato all’improvviso. Una Milano che gli calza come un guanto, nonostante l’aria pesante, il traffico da ulcera e la metropolitana stipata, che lo fa sentire come un salmone incazzato contro una corrente più forte di lui. Nel pasticciaccio brutto che deve risolvere ci sono tutti i malcostumi che ci sorbiamo ogni giorno fino alla nausea: finanziamenti dell’Unione europea stornati su conti segreti in Svizzera, politici che, oltre ad essere disonesti, rischiano sempre di farsi beccare con le mani nel push-up di una escort, inchieste insabbiate ad arte per non danneggiare gli intoccabili. Ma alla fine, dopo averci squadernato tutto l’inventario dell’ordinaria corruzione, con un linguaggio sapido e uno sguardo grandangolare, che fotografa protagonisti e comparse mettendone a fuoco i dettagli interiori ed esteriori, Cassani tira in ballo un movente inaspettato, molto più privato che pubblico, come succede nei gialli doc. La verità è, manco a dirlo, diversa da quella che sembrava e va a rimestare in rancori filiali che ricordano Re Lear e la sua tragedia di padre poco accorto. Micuzzi la scopre dopo averci girato intorno a vuoto per un po’, e c’è da credere che gli metta addosso una nota di tristezza. Di vuoto. Poi, con la sua pancia ansimante, torna a immergersi nella routine metropolitana. Iscrivendosi a buon diritto nel club dei commissari che creano dipendenza. Quelli dei quali, finita un’avventura, ti vien subito voglia di leggerne un’altra.

 

 

 

 
 
 
 
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