Pippo Fava

Pippo Fava

Quando nel 1980 un gruppo di imprenditori catanesi lo chiama a dirigere “Il Giornale del Sud”, Giuseppe Fava è un intellettuale di rilievo nazionale, ha scritto e diretto opere teatrali, romanzi e saggi da cui sono anche stati tratti film di successo, ha girato un bellissimo documentario intitolato I Siciliani per la RAI, collabora con “Il Tempo”, si diletta a dipingere i volti popolari della sua terra e ha prodotto ritratti di contadini e di uomini “scoppola e lupara”. È un cittadino del mondo, proiettato in una dimensione di notorietà ormai europea, che però non riesce a liberarsi del suo retaggio; il richiamo della sua terra ha una forza ipnotica tale che non ha mai smesso di raccontarla, di indagarla e scandagliarla. Per questo, a pochi anni dalla pensione, coglie al volo l’occasione e la sfida offertagli di tornare. “Il Giornale del Sud”, nato da un’idea di Giuseppe Ricca , prima ancora di arrivare in edicola ha già attirato l’attenzione dei potentati economici e democristiani di Catania, che riescono a sostituirne il CdA originale con uno composto da otto di loro e progettano di farne un poderoso strumento per il deus ex machina dell’operazione e della comunicazione a Catania, Cataldo Graci. L’esperimento fallirà ben presto e il sistema organico a quel tipo di informazione espellerà Fava che costituirà, con l’aiuto di un gruppo di giovani motivati e preparati giornalisti, nell’ultimo anno della sua vita uno dei più begli esempi di giornalismo che questo Paese abbia conosciuto: “I Siciliani”. Fava aveva iniziato a collaborare con “La Sicilia” già nel 1952 in veste di critico cinematografico, aveva inoltre firmato una serie di servizi sui paesi della Sicilia che consegnavano al lettore belle e complete istantanee che coglievano tutte le angolazioni, anche le più scabrose di una terra ignota ai suoi stessi abitanti. Questi servizi, poi raccolti in un volume dal titolo Processo alla Sicilia, erano veementi denunce dell’endemicità di condizioni come la violenza e la povertà per gli abitanti di quelle terre, ma non tacevano la disperante ignavia in cui sprofondavano città come Messina, la rapacità con cui si aggredivano i fondi pubblici. Il suo viaggio lo aveva portato anche a Corleone, di cui racconta la faida messa in opera da Luciano Liggio che ha trasformato il paese in una specie di Tombstone, in cui tutti hanno talmente paura da sfiorare il ridicolo nei loro sforzi di negare la realtà, anche quando questa è rappresentata da un proiettile nella testa di una bambina di due anni…

Il Pippo Fava raccontato da Massimo Gambino è innanzitutto un uomo innamorato: del suo lavoro, della sua terra, delle donne, del cibo, della cultura, della famiglia. È però l’amore viscerale e a tratti cieco per la sua terra quello che quest’opera mette in luce; un amore che lo porta a detestarne innanzitutto la miseria, a detestarla fino al punto di sottovalutare lo scempio ambientale che le trivelle di Angelo Moratti stavano compiendo ad Augusta, se questo significava migliori condizioni di vita per gli abitanti. Rimane, tuttavia, un giudice impietoso e la sua imparzialità si riconosce soprattutto nei giudizi sulla sua Catania. Fava è un conoscitore profondo della città, dei suoi meandri, “uno che chiamava tutti per nome”. Non gli sfugge nulla. La città delle pompe di benzina date in concessione come premio di fedeltà politica parla la lingua dei soldi, una lingua sbrigativa e secca come quella dei suoi futuri assassini nei verbali del processo: “Per voi era un omicidio eccellente, per noi era un omicidio come tanti altri”. Nonostante Giuseppe Fava sia solo un numero nel carniere di oltre 80 omicidi del suo assassino confesso, per la giustizia italiana la vicenda rimane nell’incertezza e nell’indeterminazione a cui l’hanno condannata la corruzione, la collusione, i depistaggi di molti degli attori che hanno trasformato la tragedia in farsa, accomunandola alla vicenda che Turi Ferro portava in scena al Teatro Stabile quella sera del 5 gennaio 1984 in cui Pippo Fava parcheggiò di traverso sul marciapiede, per la fretta di entrare a vedere la sua nipotina che diceva un’unica battuta. Forse nella consapevolezza dell’inanità di qualsiasi sforzo volto a diradare la nebbia sull’accaduto, Gamba si concentra su una meticolosa ricostruzione delle inchieste di Fava, costruendo così il miglior omaggio che si potesse rendere a un uomo e alla sua idea di giornalismo.



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