Pol Pot

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Dal 1975 al 1979 la Cambogia precipitò in un incubo senza fine: la dittatura dei khmer rossi guidati dall’enigmatico Pol Pot. In nome di una sorta di comunismo 'mistico', il paese asiatico divenne un enorme campo di sterminio nel quale venne massacrato un quarto della popolazione cambogiana. Grazie alla ricchezza di informazioni e testimonianze raccolte in quattro anni di minuziose ricerche sul campo, Philip Short racconta la storia affascinante e terribile di un ragazzo nato in una famiglia benestante e istruito in Francia che fece dell’utopia del benessere collettivo la parola d'ordine di un regime che sprofondò il proprio Paese nella follia...

Nel complesso panorama dell’Indocina degli anni ’60/’70 fa storia a sé la Cambogia, stretta tra l’icona Vietnam e ilistero Thailandia. La piccola nazione asiatica è stata teatro in quel periodo di un esperimento politico senza precedenti: la creazione di un regime pseudo-comunista (la presa di distanza dal canone marxista-leninista non è farina del nostro sacco, ma degli stessi dirigenti khmer, attenti per scelta ideologica ed estetica di fondo più alla tradizione millenaria cambogiana che alla lotta di classe) che andasse ben oltre le esperienze dell’Unione Sovietica e della Cina e realizzasse compiutamente un ideale egalitario assoluto. Così, partendo da basi che affondavano le loro radici nel solco della grande tradizione libertaria europea e guardando come modello alla Rivoluzione Francese (quasi tutta l’elite khmer aveva studiato in Francia sia dal punto di vista accademico che politico), ci si spinse - una volta conquistato il potere grazie allo sfaldamento del regime corrotto nato dalle ceneri del colonialismo francese in Indocina - alle più estreme e paradossali conseguenze, fino ad esempio a negare la libertà individuale a tal punto da vietare l’utilizzo della prima persona singolare, da abolire la scuola, da considerare gli esseri umani come mera forza lavoro senza nessun diritto. Ma la Cambogia di Pol Pot (personaggio dalla biografia piena di misteri che il lavoro certosino di Short finalmente ha contribuito a portare alla luce) è passata alla storia non solo per essere stata l’ennesimo incubo totalitario del XX secolo, ma anche e soprattutto per una scelta politica assolutamente agghiacciante nella sua linearità: considerando il modello-città troppo legato a filo doppio con la tradizione borghese e ostacolo invalicabile per il controllo della popolazione, Pol Pot semplicemente abolì le città. Milioni di persone furono obbligate con la forza a un esodo biblico. Abbandonate le proprie case, il proprio lavoro e i propri beni, tutti gli abitanti delle città furono deportati nelle campagne, dove dovettero adattarsi a vivere senza medicinali, energia elettrica, acqua potabile, costretti a lavorare tutto il giorno per un pugno di riso. Vietato il dissenso, punite con la morte le rimostranze, i cambogiani furono falciati da fame, epidemie, stenti, torture, stragi, fino a che la ruota della storia girò e un nuovo regime (corrotto, violento, ma meno visionario) si installò a Phnom Penh. La parabola di Pol Pot, finita solo pochi anni fa nella jungla, è l’ennesimo orrore dittatoriale che un giornalista di primissimo livello, inviato delle più importanti testate del mondo, ci racconta in un libro monumentale, documentatissimo, avvincente, a tratti davvero spaventoso.



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