Pornage

La pornografia esiste da quando esiste l’uomo. Dai graffiti di natura sessuale rinvenuti sulle pareti delle caverne si è arrivati a siti come Pornhub, YouPorn o Xvideos – visitati ogni singolo giorno da decine di milioni di persone – lungo un percorso che non si è mai interrotto, nonostante la repressione. Non ci sono roghi, scomuniche, processi che tengano. Il porno “non si ferma davanti a niente: trova sempre nuovi tabù da spazzare, nuove battaglie da vincere. Le combatte pure se non vogliamo, le affronta anche a nostra insaputa”. La battaglia contro la censura e il puritanesimo è tutt’altro che vinta, ma la strada è segnata: “la miglior forza civilizzatrice al mondo non è la politica, né la religione, né l’amore. È il sesso, e il porno come sua più vivida ed esultante rappresentazione”. Questa è la tesi ideologica che fa da architrave a questo reportage sul mondo della pornografia, della prostituzione e del sesso più o meno estremo firmato dalla giornalista Barbara Costa. E partendo da queste premesse, si analizzano le categorie con cui vengono archiviati i video porno online, soffermandosi naturalmente su quelle più di nicchia (ammesso che possa essere definito di nicchia qualcosa che online è cercato e seguito da centinaia di migliaia di persone ogni giorno): creampie, gang bang, drunk porn, hijab porn, pissing, bukkake e così via. Poi è il turno delle identità sessuali, ormai molteplici, liquide e intercambiabili grazie al processo sociale e antropologico noto come Gender revolution. A finire sotto l’obiettivo dell’autrice poi è il mondo della prostituzione con le sue odierne numerose declinazioni e specializzazioni. Dopo un viaggio breve ma intenso tra le app e i siti di incontri, tocca ai feticismi – diaper lover, omorashi, spectrofilia vi dicono qualcosa? Infine vengono esplorati i territori del role-playing estremo, della trasformazione corporea e dell’oggettistica (con le attualissime sex real doll)…

Malgrado le ambiziose e bellicose premesse – e cioè rappresentare una sorta di manifesto politico e filosofico della pornografia come catalizzatore della liberazione sessuale e motore del cambiamento perennemente sbilanciato in avanti, perché “non può essere organico alla società, come non può essere molle, inoffensivo. Deve attaccare sempre. È impulsivo e disturbante, ci mostra quello che siamo e quello che desideriamo davvero: ciò che ci neghiamo e rifiutiamo solo per buona educazione” – questo Pornage si trasforma abbastanza presto in qualcosa di diverso. Magari sempre scomodo, scioccante o addirittura urticante se non si conosce il tema, ma certo meno dinamitardo. Una cavalcata (ops! Forse meglio dire una passeggiata) nel variegato mondo della sessualità contemporanea declinata con particolare competenza e in bella forma grafica: cosa sempre piacevole ma di certo non così spiazzante come si vorrebbe. Pasionaria o cronista che sia, c’è un interrogativo più pressante a cui dare risposta: Barbara Costa esiste davvero? Se lo è chiesto provocatoriamente Natalia Aspesi recensendo il pamphlet su “la Repubblica” e l’assenza di immagini e note biografiche online (un modo per proteggere la vita privata di una signora che si occupa di un tema “sensibile”? Un banalissimo nom de plume?) non ha ancora purtroppo – malgrado le sdegnate reazioni e qualche arguto editoriale – permesso di dirimere definitivamente la questione. Divertente in compenso la prefazione di Giampiero Mughini (che taluni hanno indicato come la penna nascosta dietro il nome di Barbara Costa), tra gustose reminiscenze (“Quando poco più che trentenne compravo all’edicola “Supersex”, lo avvolgevo dentro le copie di “Rinascita” o del “Corriere della Sera” o de “L’Espresso” perché temevo di incontrare il mio amico Paolo Spriano – lo storico per antonomasia del PCI – che lavorava all’Istituto Gramsci lì dietro l’angolo”), disagi generazionali (“Non li invidio affatto i ventenni e i trentenni di oggi. Tutto è talmente a portata di mano, i capricci della fantasia sono divenuti talmente cheap. Non mi ci raccapezzo, e non è soltanto una questione di età. È che sono e sono sempre stato troppo pigro per passare all’azione, più precisamente a quel tipo di azione”) e vagheggiamenti utopici (“Ecco perché mi piace la pornografia. (…) Non ci sono strofinii di posate sul piatto, non ci sono parole dette nel momento sbagliato, non ci sono umori negativi com’è di tanti momenti della nostra vita reale, non c’è da perdere tempo nell’andare e tornare attraverso il traffico convulso di una città come Roma. Un’utopia assoluta, un paradiso dove i corpi sono lievi e fanno le mosse giuste”).



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