Pornotopia

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Nel novembre del 1953, in piena Guerra Fredda, esce il primo numero di “Playboy”. Grazie alla scaltrezza del suo creatore, Hugh Hefner, la rivista riesce ad aggirare le leggi “anti-obscenity”, che limitano la distribuzione di testi e immagini di contenuto sessuale. Non ha né numero né data, perché nessuno crede che potrà mai avere un seguito. Invece vende 54.000 copie. La rivista comprende brani tratti dallo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, un articolo sul jazz, un racconto sull’adulterio dal Decamerone e una fotografia pieghevole di Marilyn Monroe nuda. Alla fine degli anni Sessanta, dopo aver cambiato la cultura popolare americana, “Playboy” supera i sei milioni di lettori. Non solo la rivista entra nelle case degli americani, ma sono gli americani a entrare nella Playboy Mansion, costruita per creare il nuovo modello di maschio, felicemente single e non per questo omosessuale, in risposta al cosiddetto breadwinner: l’onesto lavoratore e buon marito bianco ed eterosessuale, approvato dal governo americano dopo la Seconda guerra mondiale. Ecco a voi il nuovo consumatore urbano, che darà vita a un altrettanto nuovo tipo di desiderio e immaginario erotico, che mescola il corpo femminile con l’intimità di un arredo casalingo. Un’utopia, una pornotopia, parallela al focolare domestico degli anni Cinquanta, nata come liberazione sessuale maschile che mette lo scapolo al centro della società. Mentre tutte le altre riviste fotografano il vero maschio a caccia di anatre o impegnato a pescare trote, Hefner convince i ragazzi che stare a casa è bello e che tra le mura domestiche ci sono molti modi per divertirsi. La Playboy Mansion è tutto questo: un luogo fisico dove si lavora e ci si diverte. Il sogno privato di Hefner, costruito con tanto di fondamenta dove può vivere e amare come vuole, chiudendo il mondo fuori dalla porta. Una porta però che ha uno spioncino attraverso il quale tutti gli americani potranno sbirciare e immaginarsi protagonisti…

Pensiamo a una Disneyland per adulti: una villa con i letti girevoli, una caverna tropicale nel seminterrato alla quale si accede da una botola, scivolando lungo un palo che ricorda quello dei pompieri ma anche quello delle ballerine di lap dance; e poi videocamere, piscine e altro ancora. Un luogo dove il marchese de Sade e l’architetto Ledoux sono vicini di stanza e dove chiunque può sognarsi playboy. Ad ogni playboy poi corrisponde una playmate, una coniglietta ammiccante, una ragazza della porta accanto che, grazie alle fotografie stampate, mostra tutto il suo lato erotico nascosto. La rivista creata da Hefner non è dunque solo un compendio di immagini di donne seminude, ma si trasforma in un impressionante mezzo di comunicazione politica e sociale, elevando l’immaginario erotico maschile a modello predominante. E se l’impero economico del suo creatore, deceduto nel 2017, dopo cinquant’anni va lentamente in rovina – nel 2009 la Playboy Enterprise vende gran parte dei suoi edifici e smantella il Big Bunny, la pornotopia volante di Hefner, non si può dire lo stesso per il suo potere culturale che resta radicato nell’immaginario erotico maschile. Questa, in sostanza, la tesi finale di Paul B. Preciado, considerato tra i massimi esponenti della filosofia contemporanea. Difficile da assimilare in tutte le sue sfaccettature ma ricchissimo di informazioni, il saggio di Paul B. Preciado, nata Beatriz e che nel 2014 ha intrapreso un percorso di transizione conservando B. come secondo nome – la prima uscita per Fandango del 2011 infatti è a nome Beatriz Preciado – ci permette di avvicinarci al mondo succosamente erotico della rivista più famosa del mondo usando un altro approccio più professionale e sociologico, mettendo da parte per un attimo le curve sinuose delle conigliette per guardare tutto il resto, quello che c’è dietro e attorno alla fotografia. Dalla casa di Hefner passiamo a quella degli americani che vanno liberati dal giogo domestico per diventare i signori e padroni del proprio nido, nel quale invitare avvenenti ragazze con il sorriso patinato stampato in faccia.



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