Portanova e il cadavere del prete

Portanova e il cadavere del prete

Essere svegliati ogni mattina alle sette o poco più dalla signora Carmela – che da quando sua moglie è andata via ad agosto si occupa della casa - non è un buon inizio di giornata per Paolo Portanova. E come si dice in Sicilia “a matinata fa a jurnata”. E quel giorno nel commissariato Abela a Ortigia il telefono squilla per annunciare l’inizio di un caso delicato: un prete è precipitato da una finestra ed è morto. Sul luogo del rinvenimento padre Mariano - questo è il nome del parrino – è riverso sul selciato e la posizione del corpo suggerisce subito al medico legale che l’uomo si è buttato di sotto volontariamente, insomma che si è suicidato. Ma il commissario Portanova non riesce a convincersene in pieno: perché il cadavere del prete è nudo? Perché la tonaca è poggiata ordinatamente sul letto della stanza da letto dalla quale si sarebbe gettato? E soprattutto non si capisce cosa ci facesse padre Mariano nella casa (disabitata) di Natale Scimeca, un losco personaggio che tra l’altro da qualche tempo è in carcere, accusato dell’omicidio del maresciallo Agrò. Altra brutta storia quella, dagli oscuri risvolti che non ancora si sono chiariti, una storia nella quale in qualche modo è coinvolto anche Portanova… Dai carabinieri nessuna speranza di avere il permesso di interrogare Scimeca, dalla curia pressioni per chiudere il caso velocemente facendo trapelare il meno possibile, e mentre su Ortigia un autunno malinconico si inasprisce presto in un inverno piovoso, il taciturno commissario si ritrova a cercare tracce di amori impossibili e di vecchie storie all’indietro nel tempo, per cercare di capire cosa sia successo davvero al “parrino spugghiatu” e cosa significhi quel biglietto con una citazione dalle Sacre Scritture che stringeva nella mano quando è morto. E né l’abbondante Biancosarti, né il denso fumo di sigari e nemmeno l’atroce dolore al basso ventre che da qualche tempo lo tormenta bastano a tenere a bada i troppi fantasmi che in questo momento appesantiscono il cuore di Portanova e gli pongono troppe domande…

Nel terzo episodio delle indagini del commissario nato dalla penna di Alberto Minnella – dopo Il gioco delle sette pietre del 2014 e Una mala jurnata per Portanova del 2015 - incontriamo un Paolo Portanova ancora più tormentato e inquieto rispetto a quello che abbiamo conosciuto. Sotto la scorza apparentemente dura, oltre la cortina di fumo dei suoi sigari fumati senza tregua alcuna – dietro la quale forse vorrebbe nascondersi da tutto – Portanova prova a risolvere un caso un po’ anomalo, cercando non farsi travolgere dalle molte, troppe questioni personali irrisolte. La crisi ormai conclamata del suo matrimonio (la presenza invadente della bella vedova del piano di sopra allo stesso tempo è causa e conseguenza di un disagio già serpeggiante) sembra aver reso il commissario assai fragile, facile preda di ripensamenti che, oltre alla vita privata, travolgono anche quella professionale. Persino Ortigia, la piccola isola di fronte alla costa siracusana, cuore stesso della città, sembra stargli stretta anche se ancora, come in precedenza, la città è coprotagonista del romanzo con le sue ombre, i suoi profumi, i suoi sapori, i suoi angoli, il suo dialetto. Portanova conduce le sue indagini dovendo fare i conti con un sordo pericolo che arriva direttamente da Roma e che ha contorni ancora poco definiti ma pure certamente forieri di brutte nuove e forse anche di un serio rischio per la sua vita. La ferita lasciata dal trasferimento volontario del suo vice Diliberto non si è affatto richiusa e il nuovo collaboratore è troppo diverso da lui per poter stabilire un buon rapporto. Inoltre la sua salute vacilla e questo mette bruscamente Portanova davanti all’inesorabilità dello scorrere del tempo e alla fragilità dell’essere uomo. Alberto Minnella, sempre attento alla ricostruzione puntuale dell’atmosfera di un’epoca precisa attraverso la descrizione di arredamenti, notizie riportate dai giornali, riferimenti a fatti politici, persino marche di liquori e tanto altro, mostra in questo terzo romanzo dedicato al suo personaggio una vera maturazione e non tradisce le aspettative che già promettevano, con qualche aggiustamento frutto dell’esperienza, un respiro più consapevole e una maggiore padronanza della scrittura. Il noir (seppur non propriamente in senso classico nel suo caso) sembra essere davvero la sua dimensione e in essa l’autore si muove con crescente sicurezza. Conclusa l’indagine – anche in maniera abbastanza malinconica, ça va sans dire – il romanzo si chiude con un finale aperto (si perdoni il gioco di parole) che di più non si può. Portanova è nel mezzo di una tempesta alimentata da venti che spirano da tutte le direzioni senza dargli tregua; non resta che aspettare il prossimo romanzo per capire se ci sarà per lui finalmente un po’ di bonaccia o se, in tutta la sua umanità, dovrà soccombere a qualcuno dei fortunali che lo stanno travolgendo.

LEGGI L’INTERVISTA A ALBERTO MINNELLA


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