Posizione orizzontale

Posizione orizzontale
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Mosca. Lo spazio-tempo di un anno, tra il 15 gennaio 2009 e il 14 gennaio 2010. Lui è un giornalista specializzato in reportage spesso commissionati da grandi industrie del gas o da aeroporti locali quindi gli capita di viaggiare molto: treni, aerei, pullman di fortuna, un mestiere che ama ma che più di una volta lo ha messo alla prova (meno cinquanta gradi nella Russia siberiana, provare per credere!). Lui non ha un nome, ha quarant’anni, è ortodosso praticante, studia, ama la letteratura russa, inglese e americana, il calcio e le serate letterarie. All’apparenza è un uomo sprovvisto di carisma e di grandi ambizioni, si alza al mattino, lavora, si stanca e torna a dormire. Tutte le sue giornate, di quello che è un anno ordinario di una vita ordinaria, sono scandite da ritmi inossidabili, dal poco entusiasmo e dal desiderio di fare dell’altro. In realtà il suo giornale è in crisi, le pubblicazioni sono passate da quindicinali a mensili, per ridurre i costi anche l’ufficio ha dovuto ridimensionarsi ma una buona notizia finalmente arriva. Viene invitato a Brooklyn per il festival letterario dove verrà presentato un libro che contiene uno dei suoi racconti. Un’occasione imperdibile che il protagonista affronta con entusiasmo, almeno all’inizio, almeno fino a quando anche la routine americana e l’indolenza di giornate apparentemente senza un grande senso, gli faranno rimpiangere la cara e amata terra russa…

 

 

È bene che siate preparati perché non siamo davanti ad un libro convenzionale, ammesso che nella letteratura ci sia qualcosa che si possa realmente definire tale. Ma vi assicuro che leggerlo è come entrare a capofitto in un mondo surreale, definito da uno stile che non ha eguali e che all’inizio disorienta e disturba persino un po’. A metà tra un diario e una raccolta di appunti sparsi per ogni singola giornata di un intero anno, Posizione orizzontale narra le vicende di un uomo che non parla mai in prima persona ma che viene osservato, sviscerato, compreso e amato nel corso di 244 lunghissime pagine. I verbi usati sono pochissimi, si preferisce dare spazio ai sostantivi, se necessario allo stile impersonale della terza persona, il ritmo è monocorde, apparentemente senza alcuna forma di pathos o partecipazione. “Ascolto in cuffia di alcuni pezzi degli Spleen. Un brano particolarmente bello: Cortocircuito. Colpo di sonno sulla poltrona davanti al portatile ascoltando Cortocircuito degli Spleen. Risveglio alle otto del mattino. Sensazione di vigore. Nessuna voglia di dormire, meglio dormire ancora un po' però. A letto. Sonno.” A prima vista l’antitesi dello stile, della ricercatezza, della partecipazione, dell'immedesimazione emotiva con il personaggio, cronaca scarna, rigida, intollerabile, a tratti, disturbante. Eppure c’è qualcosa di magnetico che crea assoluta dipendenza. Perché vive, in tutta questa asciuttissima prosa fatta di niente, un universo umano di spazi e luoghi, di persone e di memoria, di viaggi e di scoperte che seppur pochissimo indulge nella forma o nell’arte, lascia addosso una sorta di fascinazione incredula. Come ci si può appassionare ad un libro così? Nemmeno i critici riescono a spiegarlo, forse nemmeno lo stesso Danilov che ha però capacità indubbie e fa della sperimentazione un posto in cui riesce a sentirsi perfettamente a proprio agio. La vita del protagonista è in un certo senso il riflesso sfocato della vita di molti di noi, i soliti ritmi, il solito lavoro, la solita strada, la stanchezza alla fine del giorno, l‘unico, invincibile desiderio di mettersi in posizione orizzontale e dormire. Niente di più normale, nulla di più deprimente ad essere sinceri, ma il tutto tratteggiato con un’ironia che si fa sempre più presente e con una suspense, ovviamente non voluta, che anima nel lettore continui desideri di scoperta. L’autore, nato nel 1969 a Mosca, si è arruolato nell’armata russa ed ha passato molto tempo in Germania alla fine degli anni Ottanta. Anche lui, come il suo personaggio, giornalista, anche lui vittima di difficoltà economiche e di crisi mistico religiose che lo fanno appassionare all’induismo per poi tornare alla chiesa ortodossa russa, sembra incarnare perfettamente le vicende che animano questo libro. L’eco, nemmeno troppo lontana, è quella dei grandi scrittori russi del Novecento da Daniil Charms a Leonid Dobychin, entrambi fortemente avversati dalla politica di Stalin e finiti, il primo in un ospedale psichiatrico e l’altro annegato nella Neva in circostanze ancora tutte da chiarire. Il surrealismo di Charms si respira un po’ ovunque tra queste pagine così come l’insofferenza ad un modo di vivere che spersonalizza l’essere umano e lo priva di qualsiasi aspirazione, tipico di Dobychin. “Tutta questa cosiddetta trama della cosiddetta vita. Tutto questo tedio insopportabile” non sono in fondo lo scenario in cui milioni di noi si muovono, respirano, camminano ogni giorno? Scrivere di niente si può, senza per forza doversi applicare per cercare un senso, scrivere è anche questo insopportabile e sfinente viaggio nella normalità in cui nessuno è qualcuno e tutti rimangono fantasmi un po’ sbiaditi nelle strade di passaggio. In un momento in cui si fa tanto parlare di letteratura e di cosa sia giusto definire tale, Danilov ci insegna che è la contemporaneità a dare un significato a ciò che scriviamo, è stare dentro alle cose, anche nell’immobilismo che a tratti ci sovrasta. “Tutta la letteratura trabocca di personaggi attivi con una vita attiva. Nell’immaginario di equilibrio e armonia globale, fra le pagine della letteratura devono trovare posto anche simili babbei ibernati e lunatici”. Non fa una piega. Nella sostanza Posizione orizzontale rimane un libro impossibile da spiegare, una frontiera estrema che è poi la testimonianza di un uomo, del suo paese e di una cultura ancora in cerca di identità e di libertà proprie. Un sincero plauso alla casa editrice Cartacanta per averci dato la possibilità di conoscere un autore che arriva per la prima volta in Italia a smarcare l’ordinario con un gioiello a cui non potete assolutamente rinunciare.



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