Povera santa, povero assassino

Povera santa, povero assassino
Questa è la storia di Maria, nata il 16 ottobre 1890 a Corinaldo, nelle Marche, seconda dei sei figli di Assunta e Luigi Goretti, contadini. Quando ha appena sette anni i suoi migrano nel Lazio, dove trovano lavoro prima a Paliano e poi nel circondario di Campomorto, a coltivare lo spadone e il favino del conte Mazzoleni insieme alla famiglia Serenelli, composta da padre e due figli maschi. Campomorto si trova, come altre località dai nomi spaventosi (Piscina della Tomba, Valle della Morte, Pantano dell’Intossicata), nelle fascinose e letali Paludi Pontine che circondano allora la capitale: oltre duecento proprietà – anche più grandi di 5.000 ettari – che i latifondisti usano come pascolo e/o concedono a mezzadria a una massa di disperati falcidiati dalla fame, dagli stenti e dalla malaria. “A Campomorto si va vivo e si torna morto”, dice un proverbio di allora. Maria non è tra i più sfortunati che abitano nelle grotte o nelle grandi lestre, cioè capannoni in cui dormono anche quaranta famiglie insieme: gli adulti tutti da una parte, i rispettivi figli sull’altro lato, e in mezzo il fuocherello. Quella in cui vive Maria è invece una grande casa colonica, dove sono ammesse le galline che fanno i loro bisogni qua e là, e dove dopo poco il padre di Maria muore di malaria: “Il mondo di Maria è quello dei campi, dove incrocia gli sguardi dei guitti laidi e dei fattoretti arroganti”. All’inizio di luglio del 1902 è assalita da uno dei giovani Serenelli, Alessandro, che già da un mese le sta dietro e prova a violentarla in casa. Visto il rifiuto della bambina, afferra un punteruolo e la colpisce lì dove avrebbe voluto colpire in altro modo, più e più volte fino a massacrarla. Portata in ospedale dopo ore e ore, operata senza anestesia al polmone al diaframma e all’intestino, la piccola muore di peritonite; è ancora vergine, e diventerà santa nel 1950...
Questa è anche la storia di un caso editoriale. Nel saggio, pubblicato nel 1985, lo storico Giordano Bruno Guerri dimostra come alla base della rapida santificazione di Maria Goretti ci sia stata la volontà, non solo della Chiesa ma anche del fascismo che già l’aveva resa un’icona contadina, di creare un modello di purezza e integrità morale nell’Italia corrotta dalla guerra e dagli americani liberatori. Se assalite, piuttosto che 'darla via', le donne devono farsi ammazzare. La tesi è dimostrata con il lungo racconto di quanto avvenne subito dopo la morte della bambina, a partire dalla stesura delle prime biografie agli inizi del Novecento, in cui la vita grama di Maria (e il suo aspetto fisico) sono trasfigurati in funzione di una causa di santità avviata sempre in quegli anni, fino al pentimento di Alessandro Serenelli che divenne terziario laico francescano. La Chiesa ha istituito una Commissione per la valutazione e la confutazione delle tesi di Guerri trovando nel suo libro, manco fosse Erasmo da Rotterdam o Paolo Sarpi, 79 “errori” (tra cui anche la trascrizione del gemito “hi hi hi” che avrebbe dovuto essere “ih ih ih”), cui l’autore ha risposto punto per punto nel 1993 in una riedizione del saggio, che poi è la stessa appena ripubblicata per Bompiani. Si tratta di un saggio prezioso sia per la ricostruzione storica dell’ambiente contadino di fine Ottocento, che Guerri descrive come in un romanzo, sia per comprendere i meccanismi - non sempre “purissimi” - con cui la Chiesa opera per creare e difendere le proprie forme di culto.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER