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PPP. Pasolini, un segreto italiano 	PPP. Pasolini, un segreto italiano

Il primo incontro fra Carlo Lucarelli e Pier Paolo Pasolini è avvenuto casualmente, tra le pagine del “Tempo Illustrato”, su uno dei tanti numeri di quei rotocalchi ammucchiati nella casa di Mordano, dove Lucarelli da ragazzo trascorreva i mesi estivi. C’erano numeri di “Gioia”, de “L’Europeo”, di “Oggi” e poi lì, tra una copertina ammiccante e un reportage di costume, ecco comparire la rubrica “Il Caos”, generalmente collocata fra pagina 15 o 19 della rivista, o in ogni caso sempre entro le prime trenta, rubrica che in quel numero portava la firma di Pier Paolo Pasolini. Per Lucarelli, tredicenne interessato più alla procacità delle provocanti donne in copertina che alle riflessioni di un intellettuale, fu un incontro sorprendente seppur distante dai suoi gusti artistici abituali, tinti di giallo e di spionaggio. Tuttavia chi fosse Pasolini era noto a tutti: regista, poeta, romanziere o, simplement, écrivain. Carlo e Pier Paolo non si sarebbero mai incontrati dal vivo - la drammatica e misteriosa morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1975, lo avrebbe impedito per sempre - ma il ricordo di quel primo incontro intellettuale, avvenuto in un pomeriggio afoso d’estate, è ancora vivo nella mente di quel ragazzo che ora è diventato uomo e che ancora oggi è affascinato da quell’intellettuale che utilizzava termini desueti ma incredibilmente precisi, che diceva rotocalco anziché rivista, e che riuscì a fare persino di Totò una maschera da tragedia nel suo Uccellacci e uccellini

Carlo Lucarelli, noto ai più per le sue indiscutibili doti di giallista e di apprezzabile divulgatore televisivo sui misteri dell’Italia più fosca e segreta, si cimenta in un saggio di facile lettura che, a differenza di quanto si possa legittimamente aspettare, non punta a dare una nuova (l’ennesima, direi) versione dei fatti accaduti nella notte fra il primo e il 2 novembre 1975 in cui Pier Paolo Pasolini venne brutalmente assassinato, ma rivela a cuore aperto la sua ammirazione e il suo apprezzamento per un intellettuale completo, di impareggiabile sensibilità e raro acume critico su una realtà italiana che ancora oggi fatica a comprenderne l’importanza e la complessità, preferendo accostarsi a Pasolini con quell’atteggiamento da curva da stadio, che divide radicalmente detrattori ed estimatori, più per partito preso che per reale conoscenza del suo pensiero e delle sue opere. Lucarelli però, come detto, è soprattutto un giallista, e di conseguenza un amante delle indagini e delle letture fra le righe che non lo fanno, fortunatamente, mai cadere nella disonestà intellettuale, nella dietrologia scandalistica o semplicemente in un complottismo farsesco ma accattivante sul piano narrativo. L’autore bolognese porta quindi fatti, rapporti e ricostruzioni processuali e dà sostegno, pur senza schierarsi apertamente, alle varie ipotesi legate alle morte dello scrittore friulano: dall’aggressione per mano di alcuni balordi al termine di una vicenda da “basso impero” fino alle nubi per evitare che sull’ENI si scatenassero i cosiddetti “lampi” che Pasolini sosteneva di poter scagliare, passando per un’imboscata tesa da coloro che trafugarono le pizze di Salò o Le 120 giornate di Sodoma, il suo ultimo film. Ciò di cui Lucarelli è però sicuro (e di cui oggi finalmente sembrano essere convinti quasi tutti) è che i reali carnefici di Pasolini siano rimasti impuniti e che Pino Pelosi non possa essere stato il perpetratore di un delitto così violento ed efferato, o quantomeno non l’unico.



 

 

 
 
 
 

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