Predica sul dormire in chiesa

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Fatale e disgraziato paradosso: chi più ha bisogno della parola di Dio meno ascolta la parola di Dio. Perché proprio non va a messa, magari per pigrizia, noia o stanchezza, oppure a messa va ma è distratto, magari perché pensa agli affari suoi o parlotta sottovoce coi vicini; oppure è presente ma rimane critico, durante la predica, perché si concentra su questioni marginali come il pathos o l’eloquenza del predicatore, in genere, perdendosi l’essenza dei suoi discorsi. Se c’era chi riusciva ad addormentarsi durante una predica di Paolo di Tarso, come quell’Eutico eternato dagli Atti degli Apostoli, figuriamoci a millesettecento anni di distanza che situazione, e che auditorio, può avere ereditato un buon pastore: e così l’irlandese Jonathan Swift si impone di denunciare certi vezzi, proponendo esempi, riferendo le critiche più classiche, cercando di mettere a fuoco le cause dell’indifferenza o del disprezzo per la predicazione, suggerendo rimedi a questa drammatica causa di decadenza spirituale. In questo suo breve sermone si scaglia contro l’eccessiva assenza dei fedeli dalle messe, contro la distrazione dei pochi presenti e soprattutto contro la sonnolenza di una micidiale minoranza di persone. Prende atto che c’è chi biasima il predicatore per la voce, chi per la dizione, chi per il modo di fare, chi per gli argomenti, chi per la concettosità o l’eccessiva complessità; chi, infine, per la scarsa capacità di commuovere e coinvolgere. E tuttavia Swift ribadisce che l’oratore cristiano deve occuparsi soltanto della fede e della ragione, evitando artifici, e ripete che chi va a messa deve andare convinto di poter ascoltare la parola del Signore, non certo di potersi salvare la reputazione o apparire diverso da ciò che è. A messa si deve andare per ricordarsi i propri doveri e per impegnarsi a mettere in pratica il Vangelo. A messa si deve andare per cercare di capire come guadagnare la salvezza dell’anima…

A circa duecentoquarant’anni dalla prima edizione in volume (1776), le Edizioni Dehoniane ripropongono, a cura di Adriano Zanacchi, questo onesto e determinato sermone di Swift, schiaffo all’ipocrisia e alla pigrizia di un’epoca chiaramente non troppo distante dalla nostra. Certe cattive abitudini sono forse addirittura peggiorate, e la distrazione di massa in particolare s’è estesa ben oltre la messa; le nuove tecnologie hanno stabilito i presupposti per una distrazione costante, in qualsiasi contesto, professionale o educativo o commensale o addirittura erotico. La pessima tendenza a frequentare luoghi sacri per illudere il prossimo di essere differenti da quel che si è, è invece rimasta intatta; la mancanza di rispetto nei confronti di Dio, del sacerdote e degli altri fedeli è possibilmente peggiorata. Bene faceva Swift a deprecare e deplorare certi atteggiamenti: parlava alla coscienza dei suoi fedeli con semplicità, linearità e limpida fede. La nuova edizione EDB di questo sermone ha più di qualche limite; ad esempio si nota con stupore che ad avere massima rilevanza, sulla bandella destra, non è la biografia di Swift ma quella di Adriano Zanacchi: la prefazione, sempre a cura di Zanacchi, è tanto didascalica quanto, inevitabilmente, eccessivamente concentrata sull’epoca nostra. Sarebbe stato apprezzabile ricordare almeno le principali edizioni italiane del sermone, ragionare sulla sua fortuna critica e cercare di contestualizzarla, più precisamente possibile. Così com’è ho la tentazione di giudicare questa pubblicazione una decontestualizzazione chiaramente strumentale. Più praticona che spirituale. Peccato.



 

 

 

 
 
 
 

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