Preghiera d’acciaio

Preghiera d’acciaio
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Saranno le quattro, massimo le cinque del mattino. Scende dalla macchina, si fa cogliere da un brivido di freddo mentre con gli occhi cerca zio Ben che, alla sua vista, caccia un lungo fischio per richiamarla. Si avvicinano. Zio Ben le confessa che è la prima volta che porta un’estranea in quei boschi. Non sono un’estranea, ribatte lei prontamente. Per la montagna sì, specifica lo zio, mentre si incammina lungo sentieri tortuosi, popolati da funghi e pietre e bava di lumache, senza preoccuparsi troppo che la nipote lo segua, fidandosi di lei. Tra di loro ‒ ad unirli ‒ un fucile, che lei vorrebbe imparare ad usare. Lui le chiede più volte il perché di quella intenzione, ma il silenzio della montagna impregna anche i loro dialoghi, che si fanno rarefatti, ridotti all’osso. Si comprendono con gli occhi, con gli sguardi perché lui e lei sono simili, hanno entrambi un cuore di lupo, come afferma sicuro zio Ben. Lei non ne è convinta, pensa che ci sia qualcosa che non vada, pensa di essere odiata perfino da sua mamma, e forse il sentimento è reciproco, ma ancora non capisce bene, il suo animo è esitante nei confronti della vita. Zio Ben la rassicura, è così che deve essere, perché nella testa di ogni uomo ci sono tanti pensieri che si affollano, come tanti cani in un branco, e lei deve imparare a cercare e a seguire il cane che vuole tornare a casa, quello devoto. La esorta a continuare a leggere, e a scrivere, a tenere duro e a non mollare, sforzandosi ed imponendosi un atto di volontà. Allora glielo dice, a zio Ben, senza più tentennamenti: vuole imparare ad usare il fucile perché deve uccidere un uomo...

Angela Bubba è una giovanissima scrittrice con una grande passione per Elsa Morante ed un curriculum di tutto rispetto, che può vantare tra i vari riconoscimenti un posto ‒ all’età di ventuno anni, nel 2010 ‒ fra i dodici finalisti al Premio Strega con il romanzo La casa. Già avvezza a trattare argomenti non facili, come avvenuto per MaliNati, romanzo-reportage sulla Calabria del 2012, sempre edito da Bompiani, anche con Preghiera d’acciaio la scrittrice attua una scelta coraggiosa, offrendoci un’opera che parla di abusi sui minori e di vendetta. Per questa ultima narrazione, l’autrice utilizza una scrittura stringata, arcana e densa, talmente densa da appiccicarsi prepotentemente al lettore, macchiandolo, ferendolo con ogni pagina. Pochi cenni sulle ambientazioni, i tempi e i luoghi ma una grande attenzione ai dialoghi, agli incontri e al lessico ‒ che si capisce essere stato studiato parola per parola, con estrema precisione, quasi da cacciatrice ‒ tra la protagonista (di cui sapremo poco o nulla, ma tutto ciò che serve), e le persone che la guidano in un percorso non facile, di sopravvivenza. Sopravvivenza al ricordo degli abusi subiti quando era più giovane, perché è questo su cui si concentra la Bubba: di come sia necessario tentare di andare avanti, pur essendo vittime di un evento terribile ed irreparabile, e di come l’amore, nel suo aspetto più puro, inteso come capacità di far emergere il buono di ognuno di noi, e di concedere libertà e comprensione, abbia sempre una potenza salvifica.



 

 

 
 
 
 

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