Premessa per un addio

Premessa per un addio
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Quota 11.867 metri. Velocità al suolo, 813 chilometri. Vento contrario, 70 chilometri all’ora. Arrivo previsto, 16 e 26. Tommaso Tachel è in viaggio sul volo Az7602 dell’Alitalia verso New York. Mancano 3 ore e 29 minuti, sta sorvolando l’Atlantico. C’è troppo mare. Ha bisogno di terra, di un orizzonte. Ha bisogno di fermarsi per rimettere a posto le cose, per rimettere a posto se stesso. Per ritrovare pace. Seduta accanto a lui c’è un’anziana signora con corti capelli bianchi, il viso antico, occhi scuri e limpidi: un profilo magnetico. Ha un modo di fare elegante, si chiama Alma. Una viaggiatrice professionista, che è stata in così tanti posti da non sapere più quale sia il suo. Tre matrimoni, tre funerali: insomma tutte avventure, ironizza lei. E conosce quattro lingue, ma considera la lingua materna come una casa. Tommaso non ha di queste idee, per lui la parola “madre” significa dolore e vuoto. Lui è nato quando sua madre è morta. Tutta la sua rabbia è sbocciata allora. Ma come dice la sua amica Sonia, per vincere la rabbia e il vuoto che la rabbi crea, bisogna dimenticare, trovare un rifugio dove assentarsi prima di ripartire, un’isola dove approdare. Manhattan è un’isola. La casa che gli ha prestato l’amico Frank è un’isola. Alma è la prima persona che conosce a New York, così quando atterrano all’aeroporto JFK è naturale che si scambino gli indirizzi e i numeri del cellulare. Perché Tommaso è un geografo, il suo talento è la curiosità, la mente aperta e una mano ferma. È un cronista per il futuro, deve saper preparare tutti gli indizi che permetteranno al futuro di comprendere il passato, piccoli indizi apparentemente casuali che rappresentano la mappa della nostra vita. Ogni uomo è il risultato di una carta geografica, migliora e si arricchisce qualvolta scegliamo di abbandonare i rimpianti…

“Pensieri persi in cerca del futuro, /operate qui e adesso bravamente” (Goethe). Quando qualcosa finisce si sente il bisogno di fermarsi, assecondare il fluire degli eventi per ritornare a se stessi. Attendere. In una promessa di pioggia che a suo tempo verrà e riporterà vita. L’attesa è il presente. E il modo in cui attendiamo può trasformare una fine in un periodo costruttivo e benefico: imparando a rallentare, ad aver pazienza, a non forzare. Prendendo tempo senza essere impazienti, non sentire obblighi, non avere progetti se non quello di vivere qui e ora, respirare qui e ora, darsi spazio. Quello spazio relativo solo percepibile, non determinabile, che crea relazioni, congiunzioni, unioni, separazioni. Per arrivare a scoprire che “una vita non si riduce a un’altra vita, una vita è libera e plurale, e così pure l’altra vita lo è”. Premessa per un addio è una piccola perla a cui si giunge dopo essersi persi. Un po’ un’indagine e un po’ una fuga, o forse è un’indagine attraverso una fuga. Così come Tommaso Techel, il protagonista del libro, tutti abbiamo provato almeno una volta il desiderio di scappare nella speranza di ricominciare, e come Tommaso abbiamo scoperto che il vuoto lasciato dal passato non si colma, ma lo si può accettare. Che ciò che non è stato non può più essere, ma ciò che è stato è nostro per sempre. Il passato è la valigia con la quale viaggiamo, non si può colmare e aumenta il suo volume ad ogni nuovo inizio. Il passato è la premessa per ogni addio. Gian Luca Favetto scrive a passi di valzer e chiede al lettore di danzare con lui. Lasciarsi guidare è la sola regola da seguire.



 

 

 

 
 
 
 

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