Prigioniere

Tunisia, 2013. Amina è in carcere, in una cella non più grande di tre metri quadrati: ha gli occhi arrossati a causa del fumo delle sigarette che invade il piccolo spazio dove è rinchiusa. La ragazza chiede alla guardia che ne sarà di lei, senza ottenere alcuna risposta. Ormai è rassegnata a dover attendere, quando si rende conto di non essere sola in cella. Accanto a lei c’è una ragazza, che non parla, la guarda per minuti interi, per ore, senza fiatare. Amina non ne può più di quel silenzio assordante e le rivolge la parola, con una domanda diretta e secca: “Perché sei qui?”. Risposta secca: “Omicidio”. La donna trema, non riesce a crederci, si ritrova rinchiusa con un’assassina, una donna che ha ucciso. Per quale motivo ha commesso un simile crimine? Potrebbe uccidere ancora? Amina smette di farsi domande e decide di interrogare la ragazza, scoprendo un’atroce verità. Bessma, così si chiama la giovane detenuta, ha ammazzato suo fratello con una mannaia, perché lui era contrario al fatto che lei fosse innamorata. Lo ha fatto per difendersi, Bessma. Se non lo avesse ucciso sarebbe morta lei. La sua vita in cambio di quella del fratello: ecco la sua scelta. Amina è sorpresa, non comprende come la ragazza possa parlarne così freddamente, con un’espressione che a tratti rasenta la gioia. Infondo ha ucciso suo fratello: è vero lo ha ammazzato per difendersi, ma è pur sempre suo fratello. Le parole di Amina feriscono Bessma: la sua azione ha alla base lo stesso principio del fratello che ammazza la sorella e quello è legale! La ragazza esplode in tutta la sua rabbia, accusando Amina di essere di parte e di difendere solo quello che più le conviene con le sue manifestazioni femministe e i suoi falsi principi per cui ha deciso di lottare. Amina riflette sulla rabbia della donna e sulle sue parole. Decide così di volerne sapere di più sui crimini d’onore femminili…

Amina Sboui, oggi ex attivista del movimento Femen, si ritrova dietro le sbarre per aver mostrato, in segno di protesta, il seno nudo con la scritta “Il mio corpo mi appartiene”. In carcere incontra Monia, rea di aver ucciso i suoi figli per sottrarli alla violenza paterna, che non ha avuto pietà nemmeno della loro malattia mentale. Si imbatte in Hana, una donna che ha creduto nell’amore, dandosi totalmente ad un uomo, che l’ha usata e ingannata nel peggiore dei modi e per questo lo ha ucciso. Hana è pentita, avrebbe dovuto agire diversamente, ma nulla ormai si può fare per cambiare le cose. Ascolta tante storie Amina, compresa quella di Nahed, in carcere per adulterio, un tradimento che in realtà non ha mai commesso. Abusata e maltrattata dal marito Nahed, proprio come sua sorella, violentata dal cugino del suo consorte, quell’uomo che ha voluto denunciare e per questo la sta pagando cara. Prigioniere. Storie di donne, delitti d’onore e Islam è una drammatica raccolta di testimonianze di donne seviziate, umiliate, offese, violentate da un Islam conservatore. Una dura e cruda denuncia della condizione di un universo femminile calpestato e prigioniero delle più facinorose e antiquate credenze islamiche. Le storie sono raccontate da Amina Sboui, conosciuta anche con lo pseudonimo di Amina Tyler. Amina ancora oggi si batte affinché la condizione delle donne islamiche sia migliore, pur non facendo più parte del movimento Femen, che ha abbandonato in seguito a offese perpetrate da alcune attiviste nei confronti della religione islamica e dei credenti musulmani (hanno urlato “Amina Akbar” e “Femen Akbar”, bruciando la bandiera di Tawhid, simbolo dell’Islam, davanti alla Moschea di Parigi). Un libro carico di dolore Prigioniere , di quella sofferenza che l’autrice riesce a far arrivare al lettore, raccontando i fatti senza pregiudizio alcuno, con una scrittura semplice e asciutta, diretta e pungente. Ogni donna ha la sua storia, ben scritta, come sono ben delineati i contorni della dignità che mai abbandona queste ragazze, che si sono ribellate nel peggiore dei modi, laddove l’alternativa sarebbe stata il supplizio perenne dell’anima.



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