Prigionieri dell’Islam

Prigionieri dell’Islam

La paura è uno stato emotivo complesso in grado di scatenare reazioni funzionali alla salvaguardia di sé dinanzi ad una minaccia reale e imminente, ma capace anche di renderci prigionieri della percezione di un pericolo. Il rischio di attentati terroristici non ci ha fermati. Continuiamo a vivere la dimensione del villaggio globale, gli aerei continuano a decollare, le grandi manifestazioni di piazza e i fuochi d’artificio non sono sopiti. Immersi nella società del rischio, senza neanche accorgercene, abbiamo sacrificato sull’altare della sicurezza porzioni dei diritti di libertà e di privacy, vessillo e vanto delle emancipate società laiche e democratiche. Ancora per quanto? Cosa saremo disposti a cedere in cambio della percezione che tutto sia sotto controllo, o quasi? I fatti di Colonia della notte di Capodanno del 2016 hanno sollevato il lembo di una piaga densa di tessuto cicatriziale: centinaia di donne tedesche sono state molestate da uomini, in prevalenza provenienti da società ispirate all’islam e con una diversa concezione della donna, talvolta impreparati dinanzi all’emancipazione femminile e alla disinvoltura nelle relazioni di genere. L’islam non è solo uno spazio religioso, esso incide profondamente nella vita sociale e nell’intera visione del mondo dei suoi fedeli. Ma a ben vedere, anche il cristianesimo impatta sulla vita sociale e politica di paesi costituzionalmente laici e in un passato non troppo lontano marginalizzava le donne e il loro ruolo. In Italia, poi, siamo abituati a convivere con un’enclave teocratica come lo Stato del Vaticano, ma allora, perché le legittime richieste di costruire una moschea in città ci trovano riluttanti? Il burqini e l’hijab ci rendono diffidenti più che davanti al velo di una religiosa? La convivenza spesso problematica tra comunità diverse per cultura, tradizioni e religione si trasforma in conflitto e fa erigere muri per fronteggiare i massicci fenomeni migratori. Ci siamo abituati a inquadrare il fenomeno dell’immigrazione dentro la cornice dell’invasione? Terrorismo, islam e immigrazione sono come tre linee di frattura lungo le quali sembra sbriciolarsi il progetto di un’Europa democratica che respinge ogni forma di autoritarismo. Sono come i tre lati di un triangolo che può trasformarsi in una prigione letale per l’Occidente dei diritti e delle libertà. “L’islam è tra noi ed è qui per restare”. E allora, quale conciliazione è possibile con le nostre società? Quale genere di società multiculturale e di integrazione stiamo realizzando nel nostro Paese?

Era ora di rimettersi in viaggio per la giornalista e scrittrice Lilli Gruber, che non ha mai dismesso per davvero i panni dell’inviato di guerra. Il libro è come un reportage fotografico che prova a ritrarre i dubbi, le speranze e i falsi miti che rischiano di imprigionarci in un’idea di islam che non nasce dalla conoscenza, ma dal pregiudizio. Da brava inviata, la Gruber descrive le “zone” di conflitto, ne ritrae i colori e le metamorfosi, ripercorre le linee del triangolo immigrazione-islam e terrorismo e si addentra in un’inchiesta conoscitiva, la cui tecnica domina con maestria: va a caccia di informazioni e di selezionati informatori, parte da eventi precisi per andare oltre i fatti di cronaca. La natura dei problemi viene radiografata grazie anche al prezioso contributo delle interviste, consistenti e ben dosate, che offrono punti di vista a volte inusuali sulla realtà indagata. Il ricamo, con punti piccoli e definiti, informazioni apparentemente slegate tra loro, alla fine restituisce il quadro complesso e intrigante delle strategie affaristiche internazionali, velate da messaggi di propaganda che lasciano in bocca il gusto amaro della manipolazione dei consensi. La scrittura limpida, elegante e ben dosata riesce bene a conseguire l’obiettivo di traghettare il lettore al di là dello stretto dell’arroganza, per osservare i fenomeni secondo prospettive diverse, ma saldamente ancorati all’analisi dei fatti.



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