Prima che la notte

Prima che la notte
L’ultima partita a Risiko. Una partita come le altre, senza vincitori né vinti, imbevuta di amaro Averna, tattiche sfacciate, posizioni attendiste. A giocarla sono quattro carusi iniziati al giornalismo, sempre a correre da un punto all’altro di Catania per fotografare morti, raccogliere testimonianze, incrociare dati, saturarsi il naso del fetore di sangue e di marcio. Sono i ragazzi di Pippo Fava, giornalista di razza, senza filtri, senza paura, innamorato della vita, fascinoso sognatore, l’uomo che spostava sempre cinque minuti avanti la fine del piacere. Un maestro di vita che ha messo loro addosso un mestiere e che loro seguono nelle sue rocambolesche iperboli, nella sua integrità morale, nella sua visione (po)etica del giornalismo che non deve limitarsi a snocciolare dati sterili: il suo giornalismo deve raccontare storie, coglierne l’umanità intrinseca. I ragazzi lo fanno proprio quell’insegnamento con entusiasmo, con incoscienza, con la certezza illogica di essere invincibili. Si occupano di mafia, malaffare, congiunture aberranti tra criminalità organizzata e colletti bianchi e lo fanno molto prima di tutti, perché molto prima di tutti Pippo aveva capito che “il problema della mafia è più tragico: è un problema di vertice nella gestione della Nazione”. Il giorno dopo quella sfacciata partita, il 5 gennaio 1984, Pippo Fava viene ammazzato. “Era accaduto qualcosa di irreparabile. Non la fine di un uomo, ma della nostra giovinezza, la percezione esatta di una solitudine che si era fatta crosta di sale quella notte stessa, come se nell’elenco delle cose cambiate non ci fosse solo l’assenza di quell’uomo ma anzitutto l’assenza nostra, di ciò che eravamo stati fino a poche ore prima”…
In mezzo a quei quattro ragazzi che si erano fatti le ossa alla palestra di Pippo Fava ce n’erano due che dopo anni si ritrovano faccia a faccia a bucare quella crosta di sale, frammentare gli istanti, riesumare i dettagli per raccontare una storia che non è solo quella della morte di Pippo Fava, né soltanto una storia di mafia siciliana. Claudio Fava e Michele Gambino raccontano - scandagliando nei loro ricordi, nella freddezza attonita e nell’incredulità con cui hanno vissuto la morte del loro direttore - la storia di un uomo attraverso il suo modo etico di fare giornalismo, come fosse una missione senza mezzi termini per testimoniare con l’esperienza e gli strumenti del proprio mestiere ciò che più si avvicina il più possibile alla verità. Un doppio diario intimo di figlio e collega che si fa ancora più confidenziale nell’utilizzo di termini dialettali - alla maniera in cui ci ha abituati Camilleri - che affiorano in mezzo alla narrazione come ulteriori testimoni di una scrittura viscerale, che pesca nel profondo emotivo di entrambi, spezzoni sconosciuti del rapporto personale con Pippo. Il dolore e lo straniamento per la perdita sono opportunità per raccontare la rabbia, che non è veleno ma sarcasmo sferzante delle parole unito a variegate note di ironia. La morte è presente, trasuda da ogni parola come presagio postumo, ma resta sospesa ed inespressa nella mancanza di una qualsiasi premonizione anteriore, “un intermezzo per staccarci da quelle vite precedenti, magari solo il tempo per prendere fiato come si concede a i condannati a morte”.

 

 

 

 
 
 
 
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