Prima che te lo dicano altri

2024, Sorba, Liguria. Leo Vialetti ha quasi sessant’anni, vive da sempre là, sulle montagne sopra Imperia. È solo. Si guadagna da vivere facendo il sensale nel campo del commercio delle olive, arrotondando con qualche giornata da bracciante o da muratore o vendendo i conigli che alleva nelle baracche di pietra e lamiera dietro casa sua. Per il resto, va a caccia e fa innesti alle piante che coltiva nel terreno della Crosa, che però ora ha deciso di vendere per racimolare i soldi necessari a coronare un sogno. Comprare Villa Porti, una residenza quasi in rovina che il Comune ha deciso di mettere all’asta. Per il terreno è già in parola con Christel, una bella signora olandese di mezza età che affitta case ai turisti facendo concorrenza ai “russi”, la società straniera che ha comprato tutte le villette della vicina Borgata degli Asinelli per usarle come multiproprietà. A Leo rincresce di dover vendere il terreno ereditato dalla madre e la casetta dove abita, è un po’ come tagliarsi tutti i ponti alle spalle, ma per sicurezza gli serve almeno il doppio del valore della villa o rischia di non aggiudicarsi l’asta. Non vuole lasciare Villa Porti ad un estraneo. Di sogno, a dire il vero, Leo ne ha anche un altro: andare in Argentina (“Ci penso da molto, sì, ci vorrei davvero andare, prima di farmi sotterrare”). E non per turismo, ma per cercare un uomo. Lo stesso uomo per cui vuole comprare la villa (“Cosa gli dico se tornasse, che ho permesso che altri ci mettessero addosso le mani?”). Il suo nome è (era?) Raul Cesar Omar Porti, è nato proprio in Argentina ma da ragazzo si è trasferito in Liguria, a Sestri, finché nei primi anni Settanta sua nonna, la “scià” Porti, gli ha lasciato in eredità la villa di famiglia e “qualche uliveto di dubbia resa”. Leo ricorda ancora l’estate del 1974 quando Raul – che era in procinto di tornare in Argentina per cercare fortuna nel campo delle calzature – gli dava ripetizioni, dato che lo avevano rimandato in seconda elementare. Tra lui bambino e quel fascinoso ragazzo di venticinque anni si era creato un legame forte, più profondo del previsto…

L’ennesima tappa del percorso letterario di Marino Magliani (se non sbaglio siamo al quindicesimo romanzo o giù di lì) è sorprendente e rassicurante al tempo stesso. Rassicura chi come noi lo ha sempre ritenuto uno degli scrittori italiani – malgrado viva all’estero, sulla brumosa costa olandese – più importanti, ma dovrebbe anzi deve sorprendere, cazzo, chi ancora non se ne fosse accorto. Prima che te lo dicano altri (l’insolito titolo del libro riprende la laconica risposta che la madre del protagonista gli dà quando lui, adolescente, le chiede perché proprio in quel momento gli ha rivelato chi è suo padre, dato che fino ad allora non aveva voluto dirglielo) è un romanzo letteralmente spezzato in due. È come se Magliani abbia inconsciamente – o chissà, magari consciamente – dato una plastica evidenza alle sue due anime di scrittore, quella lirica che lo fa “discendere” direttamente da gente come Pavese e Fenoglio e quella eminentemente noir, più scabra e moderna. Nella prima parte, ambientata in una Liguria ombrosa e forastica, il protagonista parla ben poco: dispensa morte con la naturalezza del campagnolo, tenta goffi approcci sessuali con la donna alla quale sta vendendo casa, litiga con i vicini ma soprattutto vive di ricordi e respira la sua terra. Nella seconda parte, ambientata in un’Argentina e un Uruguay che non hanno nulla della cartolina, anzi paiono più cupi e minacciosi che folkloristici, quest’uomo ostinato e semplice vive un’avventura a metà tra il dramma – senza spoilerare, c’è di mezzo un omicidio e su tutto incombe l’ombra della dittatura e dei desaparecidos – e la ricerca delle sue radici. Bizzarra poi la scelta di ambientare la vicenda in un 2024 che potrebbe essere tranquillamente il 2014 (o magari no). Una specie di “noir dell’anima” che non è facile dimenticare e non è giusto trascurare.



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