Per primo hanno ucciso mio padre

Per primo hanno ucciso mio padre
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Luong Ung è nata in Cambogia il 17 aprile 1970. Non conosce il suo vero giorno di nascita perché i cambogiani festeggiano i compleanni in concomitanza con il Capodanno buddista, a metà aprile, fino ai 50 anni. I documenti che rivelerebbero il giorno e mese in cui è nata sono andati distrutti durante l’occupazione di Phnom Pehn da parte dei Khmer rossi. Luong è cresciuta in una famiglia benestante: in casa loro c’erano l’acqua corrente, il gabinetto con lo sciacquone e il telefono. A cinque anni, mentre giocava all’aperto con un’amichetta, vide arrivare i camion dei soldati. Rientrò di corsa e trovò i suoi genitori, fratelli e sorelle intenti a fare i bagagli in fretta e furia. Potevano portare con loro solo ciò che il furgoncino fosse in grado di contenere. Pa diede a tutti ordini molto chiari: da quel giorno in avanti dovevano fare finta di essere contadini poveri e ignoranti, perché le persone istruite rischiavano più di altre, e soprattutto non dovevano per nessun motivo menzionare il fatto che la mamma fosse cinese, o che lui avesse lavorato per il governo di prima. Dovevano stare molto, molto attenti. I Khmer rossi, tra il 1975 e il 1979, hanno causato la morte di un quarto della popolazione cambogiana: parte di quelle persone è stata uccisa da loro, altre sono morte per la fame, la fatica e le privazioni, altre ancora si sono suicidate per scampare a una fine peggiore. Luong è fra coloro che sono sopravvissuti…

Nell’introdurre questo memoir, l’autrice scrive così: “Se avessi vissuto in Cambogia in quel periodo, questa sarebbe anche la tua storia”. Fermati un secondo, e rifletti sul significato di questa frase. Siamo abituati a valutare la storia secondo criteri di prossimità. Leggiamo storie che riguardano i campi di concentramento nazisti e qualcosa ci brucia dentro, forse perché conosciamo qualcuno i cui nonni sono stati deportati, o quella volta abbiamo assistito a una conferenza in cui un sopravvissuto offriva la propria testimonianza. Sentiamo e sappiamo che quelle vicende sono entrate in casa nostra e ci sentiamo in dovere di non farle uscire, di tenerne viva la memoria. La Cambogia, invece, è lontana: molti di noi passeranno l’intera vita senza visitarla mai. Quanto è accaduto laggiù tocca allo stesso modo la nostra emotività? Eppure le persone uccise o sopravvissute durante il regime di Pol Pot sono esseri umani come le persone uccise o sopravvissute nei genocidi a noi più vicini, geograficamente parlando. Leggendo queste pagine lo si avverte molto bene, in ogni momento si ha la percezione di essere lì, proprio lì, con Luong e la sua famiglia. Libri come questo ci insegnano ad allargare le prospettive. A estendere i criteri che ci fanno decidere quali storie vale la pena conoscere e quali no. Per questo vale la pena leggerli.



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