Primo non nuocere

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L’esperto neurochirurgo britannico Henry Marsh ha una regola: quando parla con i pazienti alla vigilia dell’operazione, cerca sempre di non soffermarsi sui rischi dell’intervento, dei quali invece discute diffusamente in un incontro precedente. Cerca di rassicurarli e di mitigarne la paura, anche se ciò significa aggravare il suo, di stato d’ansia. Noi pazienti non ci pensiamo mai, ma i chirurghi sono alla costante, angosciosa ricerca di un equilibrio tra il necessario distacco e la compassione richiesta dal loro lavoro, tormentati dal ricordo dei loro fallimenti – dal loro “cimitero che si portano dentro”, come lo definì il chirurgo francese Leriche. La notte prima di operare un dinamico consigliere d’amministrazione per un tumore della ghiandola pineale, Marsh rimane a lungo sdraiato nel letto a pensare alla ragazza che solo una settimana prima si è svegliata con il lato destro del corpo inspiegabilmente paralizzato dopo un suo intervento alle vertebre cervicali per un tumore del midollo spinale. Eppure gli pareva fosse andato tutto liscio: deve essere stato troppo sicuro di sé, non è stato abbastanza prudente. Marsh è immensamente dispiaciuto per quanto è successo, ma sa bene che il suo dispiacere è ovviamente niente in confronto a ciò che stanno passando la ragazza e la sua famiglia. Sa anche che, col passare del tempo, il dolore che prova svanirà e il ricordo di lei sdraiata nel letto d’ospedale con un braccio e una gamba paralizzati, da dolorosa ferita si trasformerà in cicatrice. E soprattutto sa che non appena comincerà ad operare il prossimo paziente facendosi strada nel suo cervello, ogni timore scomparirà e sentirà arrivare il “brivido della caccia” e la voglia ferrea di avere il controllo su quanto sta succedendo…

Fateci caso: se l’intervento riesce, il chirurgo è un eroe, se non riesce è un infame. La verità però è che i chirurghi sono esseri umani fallibili alle prese con un’arte tutt’altro che infallibile, e la perfetta riuscita di un intervento chirurgico è affidata molto più di quanto pensiamo – e di quanto spereremmo – al caso, soprattutto in alcuni ambiti. La Neurochirurgia è uno di questi. Malgrado le grandi innovazioni tecnologiche, la Neurochirurgia infatti è tuttora una disciplina molto pericolosa: ci vogliono abilità ed esperienza per muoversi con gli strumenti nel cervello o nella colonna vertebrale di un paziente, e il chirurgo spesso deve assumersi la pesante responsabilità di scegliere di non intervenire e lasciare che la malattia faccia il suo corso naturale. Su tutto aleggia la capricciosa fortuna: “E più io accumulo esperienza”, spiega Henry Marsh, ex primario neurochirurgo del St. George’s Hospital di Londra per decenni e ora professore onorario in Gran Bretagna e negli USA, una delle superstar mondiali del suo mestiere, “più la fortuna mi sembra essere determinante”. Più che i suoi indubbi successi clinici, Marsh in questo magnifico memoir sembra giudicare importante raccontare i suoi fallimenti: un atteggiamento non comune nell’ambiente medico – lo stesso autore descrive ad un certo punto l’attonito silenzio dell’uditorio di colleghi durante una conferenza che lui aveva voluto intitolare “Tutti i miei peggiori errori” – ma che regala a Primo non nuocere un aspro ma nutriente sapore di sincerità. Il libro è strutturato in brevi capitoli introdotti ognuno da una piccola voce enciclopedica di ambito più che altro neuropatologico che quasi mai ha attinenza con l’effettivo contenuto. Lo stile è colloquiale, perfettamente comprensibile anche da chi non ha una cultura medica. Se siete di quelli che quando devono subire un intervento chirurgico “non vogliono sapere” e si affidano ad occhi chiusi ai medici, evitate come la peste questo libro o vi terrorizzerà; se siete invece curiosi e disincantati non fatevelo sfuggire: vi piacerà da matti.

LEGGI L’INTERVISTA A HENRY MARSH


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