Progetto di pace perpetua

Progetto di pace perpetua
Una Assemblea internazionale dei rappresentanti di ogni sovrano, con a capo quello delegato dal re più anziano e quindi saggio, che deliberi su ogni scelta politica con voto vincolante: ecco la struttura che l'umile Pierre André Gargaz, piccolo-borghese dalla vita tormentata, propone ai governanti della sua epoca per far nascere un'era di pace. Liberi dal peso delle guerre, i sovrani del mondo potranno quindi utilizzare fondi, uomini ed energie per grandi opere pubbliche: strade, acquedotti, perforazioni degli istmi di Panama e Suez. Gargaz passa poi a difendere le sue tesi da una serie di ragionevoli obiezioni. In appendice, un Contratto Sociale per regolare il flusso del lavoro e le cariche pubbliche in tempo di pace...
Riscoperto da George Simpson Eddy, che ne diede alle stampe una versione commentata nel 1922, questo appassionato libello ha una genesi estremamente bizzarra: nel 1776 Voltaire (che peraltro da pochi anni ha dato alle stampe il testo satirico "Della pace perpetua, del Dr. Goodheart", una critica sprezzante dei progetti utopistici e una denuncia dell'incurabile brama di sangue e denaro dell'uomo) riceve una lettera che non può non colpirlo. Il mittente è un galeotto di nome Pierre André Gargaz, in prigione dal 1761 per omicidio, che allega il suo Progetto... chiedendo al filosofo un commento. Voltaire se la cava con un sonetto garbato, ma Gargaz non si dà per vinto, e nel 1779 invia il manoscritto all'ambasciatore degli Stati Uniti d'America in Francia, Benjamin Franklin. Commosso da tanta buona volontà e da tanto idealismo in una persona di umili condizioni e per di più rinchiusa in un luogo tanto tetro e poco incoraggiante pensieri sì elevati, Franklin fa stampare a sue spese il trattato, e ne fa cenno ripetutamente e con rispetto nella corrispondenza con amici e conoscenti. Uscito di prigione un paio d'anni dopo, Gargaz passa il resto della vita a perorare la sua causa inviando plichi a tutta una serie di personaggi in vista o governanti, senza ottenere né attenzione né la riabilitazione sociale che sogna, fino all'oblio della morte. Spicca al nostro sguardo cinico e disincantato la ingenua costanza con la quale Gargaz espone le sue tesi, ma non dobbiamo trascurare due fattori: uno storico, ed uno letterario/culturale. Prima di tutto, la Rivoluzione Francese col suo carico ideologico e politico è ancora di là da venire, la monarchia non è ancora in discussione come forma di governo, e si crede ancora che le relazioni internazionali siano regolate da un codice comportamentale nobiliare. In secondo luogo, la forma letteraria del progetto più o meno utopico è in quegli anni ampiamente frequentata (e derisa, come nel celeberrimo Una modesta proposta di Swift, nel quale si suggeriva ironicamente di mangiare i bambini irlandesi per risolvere il boom demografico), sullo slancio dell'entusiasmo Illuminista, e anche di vademecum per la pace perpetua ne viene pubblicato più di uno, a firma di Crucè, Penn, Malinovskij, Goudar, e dal famoso Abate di Saint-Pierre. Meno fascinose le tesi espresse nel Contratto sociale in appendice, denso di scivolate deliranti e di inni alla delazione programmata che donano un'aria meno nobile al tutto. Realisti o non realisti, utili o non utili, i progetti di pace perpetua sono lo specchio di un'epoca che tutta ci viene restituita dalle brevi sentenze intrise di entusiasmo (e cauta piaggeria) del nostro povero Gargaz. In definitiva, come ben detto nella dotta introduzione a cura di Daniele Archibugi, "(...) anche il più bislacco fra i progetti di pace contiene più saggezza del più ponderato disegno di guerra".

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