Pseudo

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Émile Ajar è uno schizofrenico, o almeno così lui dice, che inizia i suoi numerosi ricoveri presso la clinica psichiatrica di Cahors a Copenaghen, dove lo segue il Dottor Christianssen. Il suo problema è quello di essere un dissimulatore, di essere ossessionato dalla necessità di nascondere la sua identità, di vivere sotto false generalità, servendosi di pseudonimi e cercando di sfuggire alla possibilità di essere riconosciuto. Lo scopo è proteggersi dal fatto che è diventato un “fenomeno planetario, con una responsabilità illimitata” che non riesce e non vuole sostenere. Ha provato di tutto per sfuggire anche a se stesso, per sottrarsi al mondo, come imparare lingue incomprensibili a molti come lo swahili o l’ungro-finnico, ma non è servito. La realtà lo assale in forma di allucinazioni, con forza e prepotenza, spaventandolo da quando ha quando aveva sedici anni. Ajar è uno scrittore, che scrive perché è una forma terapeutica prescrittagli dai medici per tentare di fermare gli effetti dirompenti delle allucinazioni che in verità sono la vita reale. Per nascondersi ha anche rifiutato il premio Goncourt e ha cambiato pseudonimo attribuendo le sue opere a un parente di scarse qualità letterarie, tale Pavlowitch, che ha il compito di assorbire tutte le brutture della posizione di uno scrittore “allucinato” e perseguitato da una critica spietata e dalla vita che scorre, con un continuo bisogno di estraniamento…

Questo romanzo apparve nel 1976, un anno dopo che Romain Gary aveva vinto, con lo pseudonimo proprio di Émile Ajar il premio Goncourt per la seconda volta (evento vietato dal premio) con la sua opera La vita davanti a sé. Non era il primo pseudonimo usato dallo scrittore, perché il vero nome di Romain Gary era Romain Kacew e perché aveva in precedenza usato anche altri nom de plume, con i quali aveva pubblicato altri romanzi. Una fuga continua, un continuo nascondere la propria identità per sfuggire, come il protagonista di Pseudo, dalle critiche, dalla fama e dalla vita pubblica. In questo romanzo l’autore parla della genesi dei due romanzi che precedono questo e racconta della sua vita da schizofrenico, del suo peregrinare tra i ricoveri nelle cliniche psichiatriche, dei suoi eccessi psicotici. Potrebbe sembrare il delirio di uno psicotico, ed effettivamente quando lo si legge, si viene proprio immersi in un fluire di parole e immagini che si sovrappongono, parole sconnesse e pensieri disorganici, una lingua fluttuante, esacerbata da contrapposizioni, fughe lessicali, incroci di senso, uso di figure retoriche compattate che rendono a volte difficile seguire il senso del discorso, proprio come quando un malato di schizofrenia in pieno delirio si esprime. La tecnica narrativa, ancora una volta, viene sapientemente usata dall’autore per immergere il lettore nel mondo narrativo e nel personaggio che prende vita nelle sue righe di scrittura. Se ne La vita davanti a sé si entra nella vita di Momò, bambino con una storia di abbandono e di amore, in Pseudo si entra nella testa, nella vita e nel linguaggio di Ajar, con le sue ossessioni. Lo stile rende questo romanzo diverso da tutti gli altri scritti dallo stesso autore ed è una perla di scrittura, ma quando si entra nella narrazione bisogna sapere cosa ci si troverà, quale esperienza si vivrà e bisogna conoscere la grandezza di questo autore, la sua duttilità, il genio narrativo e stilistico, per poter apprezzare la sua capacità letteraria. Sembra il libro scritto da uno schizofrenico in preda ad un delirio, spiazzante, confuso, pieno di riferimenti, di salti, di scossoni, di confusione, ma proprio in questo si riconosce la grande maestria di questo narratore “folle” con una vita istrionica, vanitosa, piena di sé, capace di far immedesimare appieno il lettore nella vita narrativa che crea, capace di rendere e governare i pensieri di uno schizofrenico. Un uomo grandioso e spettacolare, rocambolesco nella vita umana e da scrittore che scelse di morire suicidandosi, per non subire il declino del tempo che la sua mente e il suo corpo subivano.

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