Psicosintesi della forma insetto

Non posso crederci. Sembravo sul punto di farcela. Il mio romanzo, Grumo di sangue, era in procinto di essere pubblicato e invece cosa è successo?! Un tizio a Napoli mi ha rubato l’idea: ha pubblicato il MIO libro a nome SUO e oltretutto sta anche avendo successo. Questa storia è assurda. Io mi chiamo Lorenzo e sono di Bologna. Come è possibile che il mio libro sia stato pubblicato da un tale Antonio in quel di Napoli? Ovviamente nessuno alla casa editrice crede alla mia versione dei fatti. Pensano che sia un bugiardo e un ladro d’ingegno altrui. Qualcuno si sforza di credermi ma in ogni caso ciò non potrà darmi la pubblicazione. Devo saperne di più. Devo partire per Napoli e trovare questo tizio. Devo assolutamente scoprire come è riuscito a rubarmi il libro…

Il titolo del terzo romanzo di Ariase Barretta è già tutto un programma: Psicosintesi della forma insetto. Un titolo dagli echi kafkiani, che fa da preludio a una sintassi sperimentale dal coinvolgimento intermittente, articolata in quattro parti (Embriogenesi, crisalide, larva, esoscheletro) al tempo stesso omogenee e disomogenee. Il “mistero” dell’opera rubata è la scintilla che fa uscire Lorenzo dal suo guscio (o forse dovremmo dire dal suo bozzolo) portandolo ad abbracciare la solare confusione di Napoli, alla ricerca di Antonio, la sua nemesi, l’individuo che gli ha rovinato il tanto agognato esordio letterario. Egli però si rivelerà tutt’altro che un profittatore: ragazzo fragile e insicuro, e al pari di Lorenzo appassionato di cinema e omosessuale. Non è stato facile essere gay a Napoli e i tormenti patiti nell’infanzia scuotono ancora il cuore di Antonio. Lorenzo si sente sempre più vicino a quel ragazzo, così simile a lui, ma la rabbia e l’incredulità sul “furto” della sua opera prima lo agitano giorno e notte. Un romanzo articolato e complesso – nonostante la lunghezza contenuta – che l’autore dimostra di saper governare, almeno fin quando non si avventura in sentieri eccessivamente sperimentali che finiscono per lasciare in bocca il retrogusto del mero esercizio di stile.

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