Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi

Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi

Sostiene il filosofo Giorgio Agamben che la commedia sia più antica e profonda della tragedia, e decisamente più vicina di essa alla filosofia; e sostiene che la commedia abbia peraltro intimamente a che fare con la storia, perché ne implica in sé la crisi, il giudizio. E così, come il pittore Domenico Tiepolo, passati i settant’anni il filosofo capitolino riconosce nella maschera di Pulcinella la massima musa; e va meditando sul senso e sui significati dell’improbabile, adorabile e assurdo Pulcinella. E così capisce che Pulcinella non ride e non piange mai, ma ride e piange insieme. Che il suo linguaggio non serve a comunicare, ma soltanto a far ridere. Che lui non è un sostantivo, è un avverbio: non è un “che”, è soltanto un “come”. Non è un carattere, è la sintesi caotica di tutti i caratteri. E capisce che Pulcinella non può togliersi la maschera, perché non ha volto. Sebbene sia un popolo intero, Pulcinella rimane intimamente solo e ci guarda in “abbacinante solitudine”, ignaro del nostro sguardo. Agamben riconosce che Pulcinella è un homo sacer: appartiene agli dèi inferi. Ucciderlo è inutile: regolarmente risorge. E così come è al di là o al di qua della morte, è al di qua o al di là della vita. Sostiene Agamben che Pulcinella ha vissuto soltanto quello che non ha vissuto. Per questo manca completamente di carattere, e di memoria. Pulcinella non sa morire, non riesce, non sa farlo: è pura parabasi. La parabasi era un’antica e ispirata trasgressione della commedia: il momento in cui il coro si levava la maschera e parlava franco e spiccio agli spettatori, tornando ad essere parte del popolo. Tornando, letteralmente, all’origine dello spettacolo, alla sua genesi. Pulcinella è, nelle parole del filosofo, l’uscita dalla scena e dalla storia – qualsiasi scena, qualsiasi storia – perché soltanto questo ha senso nella vita: trovare una via d’uscita. Una via d’uscita verso l’origine. Perché l’origine sta sempre nel mezzo, medita il filosofo, ed esiste solo in quanto interruzione. Dove c’è una catastrofe, là c’è una via di fuga. Questo è il segreto di Pulcinella...

Delizioso e profondo quaderno di pensieri, meditazioni e amare e amene osservazioni sulla maschera più amata della nostra epoca, Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi è un libro dal sapore del commiato, o del congedo. Tecnicamente è un illustrato curiosamente non cartonato: ad accompagnare le nutrienti, lancinanti e complesse riflessioni del filosofo sono le tavole di Domenico Tiepolo, originariamente disegnate e pubblicate, con ossessiva insistenza, negli anni della decadenza e della corruzione della Serenissima, e dell’irrimediabile tradimento della sua storia e della sua gloria; quasi a stabilire un inconscio parallelismo tra la farsa e l’assurdo, il pittoresco e l’irresistibilmente falso ‒ colonne portanti delle chiassose vicende di Pulcinella ‒ e l’inaccettabile destino di Venezia e dei suoi popoli, venduti in quegli anni per quattro sesterzi e due baguette ai francesi e da loro subito svenduti all’Austria. Se Agamben voleva stabilire un parallelismo politico tra l’epoca di decadenza e di sofferenza di Tiepolo e la nostra, ha evitato comunque accuratamente di esplicitare il suo giudizio. Chissà perché. Ultima annotazione. Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi è un libro che principia sull’erba del Gianicolo, là dove per tanti anni, fino a uno sbuffo di tempo fa, i bambini hanno potuto apprezzare il più famoso teatro dei burattini della Capitale, quello del povero Carlo Piantadosi, burattinaio figlio di burattinaio, napoletano, monteverdino d’adozione. Questa cosa Agamben non la riferisce, dandola forse per acquisita e universalmente nota, o forse poco rilevante; tuttavia avrebbe meritato qualche accenno. L’incipit del libro è, svuotato di questo riferimento molto puntuale e in un certo senso automatico per almeno tre o quattro generazioni di romani, semplicemente un incipit elegiaco, pieno di sentimento e tuttavia parziale. Manca un pezzettino di veracità popolare, di stupore, di semplicità e di cuore che tutti noi, bambini, abbiamo lasciato sull’ottavo colle, tanto tempo fa. Comunque: spiazzante saggio, oscuro e solare a un tempo. Bel libro davvero.



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