In punta di cuore

Milano, 6 luglio 1990. Lucia Surina viene fermata durante una retata della Buoncostume, interrogata a lungo dal commissario Perazzi e condotta in cella con due tossiche di Belluno ed una prostituta albanese. Si tratta del primo – ed ultimo - fermo della sua vita e, nonostante l’aria spavalda, Lucia trema come una foglia: fa la prostituta da sei anni ed insieme all’amica Carlotta - con la quale condivide un delizioso bilocale con cucina abitabile, piccolo terrazzo ed una libreria carica di libri -, è riuscita a crearsi un buon giro, non esercita per strada e non deve sottostare alle richieste di alcun protettore. Tutto ciò la fa sentire molto libera e, nei limiti del possibile, anche molto realizzata. Il pomeriggio del secondo giorno di fermo, quando ormai le tossiche di Belluno e la prostituta albanese sono uscite da tempo, una donna magrissima, ad occhio e croce sui quaranta, accusata di scippo, viene introdotta nella sua cella. Si chiama Manuela, ha venticinque anni e solo tre anni prima la sua vita era molto simile a quella di Lucia. Poi, racconta, è bastato un nonnulla per precipitare nell’inferno. Lucia è scossa, trascorre tutta la notte a rivoltarsi sul materasso e al mattino successivo, quando vengono ad informarla che è finalmente libera e può uscire, è consapevole di aver appena maturato una decisione irrevocabile: basta con quella vita e, soprattutto, basta con “la vita”. Si precipita a casa e, mentre attende il rientro di Carlotta, riempie due federe con tutti i vestiti di lavoro - hot pants di lamé, bustier di pizzo nero, canottiere con fantasie osé, minigonne in voile - e le trascina fino al cassonetto dei rifiuti. Ora si fa sul serio. Sia lei che Carlotta hanno un po’ di risparmi, pochi ma sufficienti ad affrontare le prossime settimane, durante le quali la priorità sarà quella di cercare un nuovo lavoro, anche modesto se non si trova altro, purché sia onesto e rispettabile. Bene. La decisione è ormai presa. Per festeggiare l’inizio della nuova vita nulla di meglio che andare a cena nel miglior ristorante e pasteggiare a champagne…

“Lucia Surina esiste, ovviamente con un altro nome, e vive a Milano”. Così scrive Maria Venturi a conclusione del romanzo: ha conosciuto, a seguito di una normale circostanza di lavoro, una ex prostituta che ha subito, durante i quattro anni in cui ha esercitato la professione, ogni sorta di bruttura e violenza, ma è riuscita a mantenere intatte la propria integrità e la propria innocenza. Questa ragazza è stata la fonte di ispirazione della Venturi che, basandosi sulla sua storia reale, ha costruito le vicende di Lucia, giovane donna bella ed intelligente che sa ciò che vuole e non esita ad andarselo a prendere, moderna Pretty Woman che, tuttavia, non crede più alle favole e non è alla ricerca del principe azzurro/Richard Gere che la salvi. Lei vuole salvarsi da sola e, per quanto riguarda l’amore, sa bene che si tratta di un sentimento capace anche di far soffrire e, quindi, non può che avvicinarlo con circospezione ed in punta di cuore. Lucia ha un passato pesante, che potrebbe distruggere sul nascere ogni promessa ed ogni sogno, ed un presente - nel mondo della prostituzione - carico di pregiudizi e problemi. La sua è una realtà che non perdona e Domenico, che si innamora di lei ed inizialmente non ne conosce le ombre, dovrà fare i conti con un fardello di cui non è facile liberarsi e compiere scelte difficilissime. Una storia di rinascita, di accettazione e di amore, consigliata agli amanti del genere. Una storia di sofferenza, narrata con tenerezza e delicatezza, tratti distintivi della penna di Maria Venturi. Il passaggio dal marciapiede alla serenità si rivelerà tortuoso e doloroso, si apriranno profonde ferite e si dovrà fare i conti con chi non vuole essere aiutato e preferisce soccombere piuttosto che lottare con grinta ed enorme fatica pur di riuscire a farcela. Una storia di riscatto, in nome di un amore generoso ed altruista, un amore che si fa comprensione e fiducia ed è in grado di opporsi ad ogni resistenza. E di vincere.

 


 

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