Pupi Avati – Il cinema dalle finestre che ridono

Pupi Avati – Il cinema dalle finestre che ridono

Nella Bologna del 1968 Pupi – non è chiaramente il nome con cui è registrato all’anagrafe, anche se nelle regioni rosse o presunte tali spesso ci si sbizzarriva con l’onomastica, non foss’altro certe volte per dare fastidio al prete al momento del battesimo, ma tutti lo conoscono così, non come Giuseppe… ‒ è un ragazzo alla soglia dei trent’anni che con gli amici si diletta a fare della buona musica jazz ora qui ora lì, ma al tempo stesso ha anche una solida e ben avviata carriera presso una nota ditta di surgelati. Trent’anni però sono l’età del bivio, un primo bilancio è già possibile, e forse le prospettive di un’esistenza senza guizzi mettono un po’ d’angoscia. Così si lancia nell’avventura del cinema. Con pessimi risultati, specialmente all’inizio, tanto che decide di abbandonare la città che gli ha dato i natali, che per lui non è più una casa accogliente, bensì il luogo della derisione, e di prendere armi e bagagli e trasferirsi a Roma dove la madre ha rilevato un centralissimo pensionato in cui già si trova anche suo fratello. I primi quattro anni sono di fame e precariato totale, ma poi arriva la svolta…

Luca Servini conosce la settima arte. È montatore e film-maker. È stato assistente alla regia. Collabora con varie testate. Cura rassegne cinematografiche e cineforum. Si avvale di dati, testimonianze, tra cui quelle di Giovanni Veronesi e Laura Morante, interventi critici di colleghi e della prefazione dello stesso Pupi Avati, che è il protagonista del suo interessante, divulgativo, approfondito, semplice, chiaro e originale saggio, scritto con competenza. Come Servini mette giustamente bene in risalto nell’introduzione in ogni filmografia autoriale, specie se ampia (Avati ha all’attivo oltre quaranta regie), in Italia non manca pressoché mai l’incursione nel cinema di genere, che viene rielaborato in base all’ottica personale: è questa la prospettiva da cui prende le mosse per raccontare in maniera particolare nove film, tra cui La casa dalle finestre che ridono, cult thriller – horror – giallo degli anni Settanta sceneggiato da Pupi e Antonio Avati, Gianni Cavina e Maurizio Costanzo, che appaiono senza dubbio diversi rispetto alla cifra intimista che specie negli ultimi anni siamo abituati ad associare al cinema dell’artefice di Regalo di Natale, ma che in realtà costituiscono un tassello fondamentale nella storia sua e del cinema italiano.



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