Pura anarchia

Pura anarchia
Un guardiano notturno di un museo delle cere decide di diventare adepto di un fantomatico Centro della Sublime Ascensione, dove apprendere le tecniche della levitazione e della smaterializzazione, e votarsi allo “sgrossamento dell’io”: finirà invece a svolgere pesantissimi lavori di bassa manovalanza per 16 ore al giorno, nutrendosi di semi di erba medica e miso, e abbeverandosi con acqua ionizzata; la quotidianità di un attore di scarso successo viene travolta dall’improvvisa proposta di fare la controfigura per le luci di un ben più famoso collega, in un film da girarsi in India: dopo un viaggio rocambolesco (che comincia in aereo con la più scalcagnata compagnia di bandiera, per proseguire su un treno a vapore e concludersi su un carretto a due ruote), l’uomo arriva finalmente sul set, dove, però, di lì a poco, viene rapito da un gruppo di sgherri inturbantati che, scambiatolo per l’interprete principale, lo portano al cospetto del leggendario bandito Veerappan; un sedicente poeta (ex collaboratore della rivista d’opinione “Conati strazianti”), per rinnovare il guardaroba, si rivolge a una sartoria parecchio speciale dove si vendono abiti multifunzionali, che - grazie a impercettibili inneschi di ingegneria applicata - assorbono gli odori e profumano della fragranza programmata, si autosmacchiano, mantengono sempre la piega, come fossero appena stirati, e sono persino muniti di un dispositivo caricacellulare, sebbene occorra fare attenzione alla vicinanza con i metalli; un magnate della Borsa e il gestore di un villaggio vacanze per giovani aspiranti cineasti duellano a colpi di missive sulla ripartizione delle royalties di un lungometraggio, realizzato dal rampollo del finanziere proprio durante il cine-champ; un investigatore privato viene ingaggiato da una femme fatale per acquistare, ad un’asta di Sotheby’s, il favoloso tartufo di Mandalay, sul cui possesso si concentrano le brame di numerosi gourmets e collezionisti di cibi di haute cuisine; un autore televisivo in cattive acque si ricicla scrittore di preghiere personalizzate da vendersi sul sito Internet di eBay; una facoltosa coppia di russi americani cade in disgrazia a seguito della dichiarata inidoneità del loro pargolo a frequentare il più prestigioso asilo di Manhattan, perché “privo di una preparazione adeguata in faccende come la decorazione delle tortine o l’uso della trottola”; le inaspettate rivelazioni di Topolino, durante il processo Disney (azionisti della major vs presidente dimissionato), pesano come macigni: per reggere le inevitabili oscillazioni della fama, Pippo fa uso di droghe, e Paperino è un abituale consumatore di Prozac, con il vizio della scappatella facile ai danni di Paperina...
A 26 anni dalla pubblicazione della commedia La lampadina galleggiante, e a 27 dalla raccolta di short stories Effetti collaterali (recentemente riproposta da Bompiani in una nuova traduzione di Daniele Luttazzi), Woody Allen compie una nuova escursione nella narrativa con i 18 racconti di questo Mere Anarchy, 10 dei quali, a dire il vero, costituiscono un repêchage, in quanto già usciti sulle pagine del “New Yorker”. Allen ci introduce al suo particolarissimo bestiario di tipi umani: professionisti del fallimento della più varia matrice (“agenti delle carriere a picco”, scrittori pubblicati da “La Feccia Edizioni”, “impresari di boiate” specializzati “in olocausti teatrali”, scaltri produttori di film, sprezzanti operatori finanziari), attraverso un flusso funambolico di sbertulamenti, parodie, nonsense, citazioni testuali, riferimenti dotti e intuizioni critiche. L’umorismo caustico e corrosivo del più irriverente dei registi americani si abbatte sull’astrusità postmoderna del terzo millennio - traboccante futilità e vanagloria - demolendo, a scoppi di sberleffo, i miti ingannevoli del consumismo, del lusso, della fama a tutti i costi, del fitness e della pervasività tecnologica. Per comprendere lo spirito alla base di Pura anarchia, si può ricorrere a una battuta pronunciata da uno dei personaggi di “Settembre” (amarissimo film da camera girato da Allen nel 1987, e accolto tiepidamente sia dal pubblico sia dalla critica): “La vita è troppo breve per sedersi sulle tragedie”. Occorre dunque tingerla di altro, e l’antidoto è sempre lo stesso: inchinarsi alla signoria del ridere, verso cui il cineasta ci conduce con la consueta maestria, dando il meglio di sé specie nei racconti più surreali, dove la comicità è creazione pura, è guizzo, e l’ilarità è inevitabile (Paperino “si era convinto che la sua carriera fosse arrivata al capolinea e che ben presto si sarebbe ritrovato sul menù di un ristorante cinese”). Per il resto, quest’ultima raccolta non aggiunge molto di più a quanto già conosciamo di Allen: si ha anzi l’impressione che talvolta la sua estrema disinvoltura nel padroneggiare l’ironia penda un po’ troppo a favore del cinismo. Giganteggia un punto di vista in tutto e per tutto maschile, mentre sullo sfondo - molto in fondo - si muove qualcosa di assai vetusto: la solita ciurma di pupe svampite, fatalone dall’incedere ancheggiante, dalle “boccucce da pornodiva” e dai generosi “davanzali” (o “dirigibili gemelli”), da un lato, e di mogli brutte e arpie, “cimiciattole”, in una parola, dall’altro.

 

 

 

 
 
 
 
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