Q. B.

Q. B.

Paolo ha gli occhi che gli bruciano, è in piedi dalle sei e quindici e sveglio dalle sei. Ora sono le sei e quarantacinque del mattino. Ha una riunione tra due ore e mezza. Nove e un quarto. Non nove o nove e mezza come in tutti gli uffici normali. No. Nove e un quarto. Che tanto non saranno mai le nove e un quarto, ma vabbè. Apre il frigo e si versa un bicchiere di Lurisia. Prima gli sarebbe bastata l’acqua del rubinetto. Ma prima era prima. Prima di quel lunedì mattina di luglio. Prima di trasferirsi in quel monolocale di Roma sud di proprietà di suo cugino Andrea, prima che cibo e bevande significassero qualcosa di più di un sì o un no, mi piace o non mi piace, prima di aver avuto un attacco di calcoli ai reni, prima di aver conosciuto Deborah. Ora invece beve Lurisia, e pregusta la sua giornata. Riunione in sede, appunto. Tra colleghi assenti per ipocondria, un capoarea nevrastenico e cartine geografiche di Lazio, Umbria e Campania. Poi ricerca di un nuovo locale per il pranzo con lo storico cliente De Nicola, giro di visite per piazzare il catalogo, di nuovo in ufficio, organizzazione del martedì (invertito rispetto al giorno prima: mattina in ufficio e pomeriggio in strada a girare come una trottola), varie ed eventuali, con sottobraccio “Il Messaggero” da leggere e “Il Sole 24 Ore” per darsi un tono: insomma, grasse risate…

Una storia di ordinario squallore precario. Almeno in principio. Poi, in realtà, Q. B. decolla. Vira. Cambia strada, e conduce il lettore altrove, a scoprire qualcosa di nuovo. Q. B.: ovvero quanto basta. La classica sigla che si legge nelle ricette di cucina, e che solitamente viene abbinata non a ingredienti come le uova o la farina, ma al sale e allo zucchero. Che sono indispensabili per dare sapore, ma non bisogna eccedere con la loro quantità. Perché altrimenti anche la pietanza in teoria più prelibata del mondo diviene immangiabile. Perché la vita è una questione di equilibri, e se è vero come è vero che siamo ciò che mangiamo, allora la perfezione si raggiunge nel momento in cui ogni ingrediente è dosato correttamente. Che è quello che fa Bellabarba, che inventa una ricetta gustosa, senza virtuosismi inutili: scrive in modo chiaro e semplice, senza retorica, raccontando in maniera solida, compiuta e organica una tranche de vie che deraglia da ciò che sembra già stabilito, scontato. Paolo ha degli obiettivi. Che ovviamente la vita si diverte a frustrare. A trentadue anni si ritrova solo e agente di vendita per le strade di Roma. “Allegria!”, avrebbe detto Mike Bongiorno. Una vita frenetica, una corsa che non lo porta da nessuna parte: ma poi si prende una pausa, e scopre che non vale la pena accontentarsi.



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