Qualcosa, là fuori

Qualcosa, là fuori

2078. Livio Delmastro nasce a Napoli dopo il 2000, la fragilità e gli scarsi vincoli dell’accordo globale sul clima del dicembre 2015 a Parigi lo inducono a divenire un ecologista sempre più impegnato e determinato: le stime IPCC erano troppo ottimistiche, bisognava che la politica si desse una mossa per fare molto di più e meglio per la mitigazione e l’adattamento. Niente da fare, preferiscono enunciare proclami generici e far finta di nulla. Frustrante. Si era iscritto a medicina appassionandosi ai meccanismi del cervello umano, vedeva con apprensione i primi effetti locali concreti dei cambiamenti climatici (eventi meteorologici estremi, ondate di profughi), conobbe Leila (figlia di rifugiati siriani e studentessa di fisica) avviando una bella storia d’amore, si specializzò in neuroscienze alla SISSA di Trieste (mentre lei aveva vinto un dottorato con periodi intensi al CERN di Ginevra), pubblicarono molto come promettenti stimati studiosi e ottennero entrambi una borsa di postdottorato a Stanford in California, arrivandovi felici nel settembre 2038. Quarant’anni dopo l’intero mondo è cambiato. Livio è vecchio e solo: sono tornati a Napoli da 22 anni, da 16 si è trovato senza moglie e figlio, ormai quello che i “catastrofisti” avevano previsto (quasi un secolo prima) si è verificato. Là dove c’erano alberi ora non cresce nulla, i fiumi sono aridi, regole residenze e città sono state abbandonate (da chi ha potuto) verso nord, sempre più a nord. Gli Stati sono rimasti quasi solo in Scandinavia, militarizzati e inaccessibili. Livio decide di partire, investe tutto quanto ha per pagare una società scandinava che organizza la migrazione armata di molti mesi a piedi. Partono in decine di migliaia…

Il competente e coraggioso romanziere e traduttore Bruno Arpaia (Ottaviano, 1957), ormai da tempo promotore culturale a Milano, fa qui molto bene il suo pesante mestiere di bravo scrittore. I fondati allarmi scientifici li leggiamo sugli organi di informazione, il meccanismo di assuefazione è noto, la preoccupazione materiale per le dinamiche personali del presente finiscono sempre per avere la meglio sull’astratta ansia dell’incerto futuro collettivo. E allora proviamo a immaginarli i prossimi decenni (solo la specie umana ne potrebbe essere capace), con un romanzo di sentimenti Arpaia si accolla l’onere di narrarli. Il libro angoscia nella cura dei particolari, comunque non fossilizzatevi sui particolari! Chi saggiamente vorrà leggerlo ora, seguirà una storia ed empaticamente capirà qualcosa in più su almeno due fenomeni globali: i viaggi in corso dei profughi e il riscaldamento in corso della temperatura. Lasciare il posto dove si è nati è sempre doloroso e complicato, a prescindere che se ne sia praticamente capaci e liberi. Si determina una doppia assenza (verso la propria origine e verso un proprio destino), donne e uomini prima che arrivino in Scandinavia nel 2079 (o in Europa nel 2016) subiscono conflitti, traumi, angherie, scompensi. E c’è un punto di non ritorno (almeno nove confini) nella possibilità per il pianeta resiliente di adattarsi ai cambiamenti imposti da un’invadente pervasiva attività della specie predatrice Homo sapiens. Già prima, più ancora nel 2078 vi sono straordinarie nuove tecnologie e non un bel mondo dove usarle. Provare per credere. La buona letteratura non è solo un rifugio temporaneo, dà da pensare. Con lungimiranza verso il passato e verso il futuro. Il romanzo è ben scritto e, con echi di ottime letture (la cultura si mangia!), sviluppa il nuovo genere emerso con forza e successo nell’ultimo decennio: climate fiction.

 

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