Quando avevo cinque anni, mi sono ucciso

Quando avevo cinque anni, mi sono ucciso
Burt, che cosa hai fatto a Jessica? Perchè ti hanno recluso in questo Centro di Neuropsichiatria Infantile? Sì, amico mio, ti dirò tutto, ma non ti dimenticare che sono solo un bambino di otto anni e la mia occupazione principale è appassionarmi ai piccoli dettagli; e dicono che ci riesco pure bene. Quindi non arrabbiarti se durante il mio racconto mi soffermerò sui colori delle cose, sono molto importanti, sai? Qui dove mi hanno rinchiuso c'è solo una Stanza dei Giochi, ma non ho visto mai bambini contenti, neppure lì dentro. Il dottor Nevele all'inizio si è mostrato gentile, comprensivo, voleva sapere la mia versione dei fatti, ma quali fatti? Io volevo solo andare a casa, dovevo dire una cosa alla mamma. L'unico dottore amico mio, si chiama Rudyard, mi ha insegnato a nuotare. Prima avevo paura dell'acqua, quando ero piccolo papà mi ha costretto a fare un bagno al mare e per poco non ci rimanevo secco. Ma ho visto che Rudyard aveva più paura di me e così ho dovuto fargli forza. Che giornata ragazzi, ci siamo stretti forte fino al centro della piscina e a un certo punto ho cominciato a nuotare. Vorrei uscire da qui, tornare a scuola, col mio amico mezzo matto Shrubs, che si ruba sempre le caramelle dal porta bon bon del mio salotto. A casa ho un costume da Zorro e pure uno da Robin Hood, ma per l'ultimo Halloween mi sono mascherato da Superman, solo che ho sbagliato l'orario della festa e mi sono ritrovato in biblioteca in costume, l'unico. Ma tu volevi sapere perchè sono qui. Penso sia tutta colpa di quella giornata di pioggia durante la quale sono scappato da scuola con Jessica. Lei correva, andava avanti, voleva la seguissi, faceva un freddo! Così ci siamo riparati prima dentro un negozio di giocattoli, pure per scappare dall'acchiappalunni che ci inseguiva, e poi in un concessionario di macchine, dove davano pure da mangiare gratis. Jessica aveva freddo e così ho aperto la portiera di una grande macchina nera e siamo entrati. Io al posto di guida come fa il mio papà. Volevo portarla in Florida, lontano da tutti. Poi ci hanno cacciato. Siamo andati a casa  di Jessica ed è lì che... Ma non è forse questo quello che voi grandi chiamate amore?
Se non suonasse troppo retorico, potremmo dire che questo primo romanzo di Howard Buten – uscito per la prima volta nel 1981 – ha tutti i contorni del capolavoro. E segretamente, come dei bambini, pensiamo davvero che lo sia. E non è certo un caso se in Francia ha venduto più di un milione di copie e in Italia è ormai alla terza edizione. Non è facile raccontare una storia di duecento pagine trascrivendo in modo miracolosamente fedele, e senza luoghi comuni,  i pensieri di un bambino di otto anni. Buten ci riesce e il risultato è davvero straordinario. Sarà forse  merito della sua delicata sensibilità, di clown prima e di competente psicologo per bambini autistici poi. Un uomo meraviglioso, si direbbe. Ma anche Burt è un bambino meraviglioso. Uno che ama senza accorgersi di amare e proprio per questo lo fa in modo assoluto. Il sorriso più bello è in genere quello involontario (un “valore”, direbbe Erri De Luca), così Burt, amando involontariamente, ama per davvero. Una sensibilità non ancora corrotta, tenerezza inconsapevole, neppure motivo di vanto. Spesso siamo soliti misurare il valore letterario di un romanzo in base a una certa finezza stilistica o all'erudizione ostentata e ricca di citazioni degli autori più affermati, ma non pensiamo che letteratura può essere anche la descrizione sobria ed essenziale di come sono effettivamente le cose. Quando avevo cinque anni mi sono ucciso è un po' così: ti fa recuperare un punto di vista che hai perso col tempo e lo fa (non) ostentando una dolcezza quasi insopportabile. Il finale poi, di un romanticismo straziante, ti farà scendere le lacrime sulle guance ancor prima che tu te ne accorga.

 

 

 

 
 
 
 
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