Quando cadono gli angeli

Quando cadono gli angeli
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1901. Maude Coleman. I rintocchi delle campane annunciavano la morte della regina Vittoria; gliel’ha spiegato Tata il mattino seguente, così come le ha spiegato che le bambine non sono obbligate a portare il lutto (il cappotto a scacchi bianchi e neri col cappello uguale e il manicotto di coniglio andranno benissimo), ma da una visita al cimitero insieme al resto della famiglia – Kitty Coleman, la mamma, e Richard Coleman, il papà – è meglio che non si esimano nemmeno loro. Poco male; anzi… in realtà bene, perché a Maude piace molto andare al cimitero. E dopo oggi le piacerà ancora di più. Gironzolando intorno alla tomba di famiglia, con la sua grande urna, e ai genitori, che non si curano de lei ma stanno discutendo del brutto angelo recentemente posto a decorazione della tomba attigua, Maude infatti ha incontrato non uno ma ben due nuovi amici (tre se si conta anche la piccola Ivy May Waterhouse). Simon Field, figlio di uno scavatore di fosse – Maude avrebbe dovuto immaginarlo vedendoselo lì di fronte tutto sporco di fango dalla testa ai piedi – e Lavinia (o come si ostinano a chiamarla i genitori, Livy, anche se lei detesta quel nomignolo) Waterhouse, che, Maude ne è certa, presto diventerà la sua tanto attesa e desiderata amica del cuore. Strano che le due ragazze non si siano incontrate prima perché a quanto pare la tomba dei Waterhouse è proprio accanto a quella dei Coleman – è quella con il brutto angelo! – ed a breve le due famiglie saranno anche vicine di casa…

Quando cadono gli angeli è il terzo romanzo di Tracy Chevalier, autrice statunitense conosciuta ai più soprattutto per il grande successo di critica e pubblico ottenuto con il suo secondo lavoro: La ragazza con l’orecchino di perla. È ambientato, proprio come gli altri cinque romanzi della Chevalier, in un lontano passato d’interesse storico – in questo caso il breve regno (durato solo nove anni) di Edoardo VII che ha traghettato l’Inghilterra nel nuovo secolo, il 1900, alla morte dell’amata regina Vittoria. La ricostruzione storica del libro, suffragette incluse, è però solo accennata, alquanto scarna e comunque abbastanza marginale da lasciare spazio al vero cuore della narrazione, che sono le vicende umane e sentimentali delle due famiglie protagoniste: i Coleman e i Waterhouse; vicende che vengono magistralmente raccontate ora dall’uno, ora dall’altro dei loro membri – anche se su tutte spicca la voce di Maude Coleman, figura centrale che sembra legare tutte le altre – in un continuo cambio di prospettiva, un montaggio così ben riuscito da sembrare quasi cinematografico. Vecchi amori che muoiono, nuove passioni che si accendono, tradimenti, piccole e grandi gelosie, lutti… in una parola: vita; così quotidiana da sembrare quasi indegna di diventare oggetto di un romanzo, ma raccontata, scritta, come solo i grandi scrittori sanno fare. La Chevalier prende per mano il lettore e con la sua scrittura piana, ricercata, elegante al punto da diventare raffinata e sempre profondamente evocativa – di cui, certo, il merito andrà anche, almeno in parte, alla traduttrice – lo incanta e lo accompagna per 361 pagine, lasciandolo, infine, curioso e desideroso di andare a scoprire se la magia si ripete anche aprendo uno degli altri suoi romanzi.



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