Quando ero un’opera d’arte

Quando ero un’opera d’arte
Tazio Firelli è incapace. In tutto. A vivere, e questo può succedere. In fondo non è una cosa semplice per nessuno. Ma è incapace pure ad ammazzarsi. Il che, se possibile, è ancora peggio. Cerca di impiccarsi, e la corda si rompe sotto il suo peso. Ingoia dei sonniferi, e non sono che placebo. Si butta dal quinto piano, e cade sul telone di un camion. È disperato, vuole a tutti i costi ritrovare stima di sé. Morendo. Dunque, va a Palomba Sol. Scogliera aguzza, centonovantanove metri di strapiombo sul mare: infilzato, frantumato o annegato, sarà comunque crepato. La percentuale di successo di Palomba Sol è del cento per cento. Una garanzia. Sale. Basta una piccola spinta dei talloni, come per iniziare una danza. Ma proprio mentre sta per buttarsi arriva un tizio vestito di bianco, che gli chiede di concedergli ventiquattr’ore…
Schmitt ha abituato i suoi numerosi estimatori a una scrittura immaginifica, capace di condurre i lettori in luoghi inaspettati e continuamente sorprendenti: ha infatti un gran talento nell’ingannare. Sì, perché sembra che stia parlando di una cosa, con uno stile semplice, chiaro, facile facile, quando in realtà nel profondo, sotto sotto, vuole far riflettere su tutt’altro. Quando ero un’opera d’arte è un romanzo travolgente prima di tutto perché è scritto ridendo: è ironico, in maniera anche decisamente piccante. Inoltre, è pieno di riferimenti, i più immediati dei quali sono Morte a Venezia e Il ritratto di Dorian Gray, e va dritto al punto: il culto della bellezza, l’ossessione della perfezione, la mercificazione, il narcisismo, i compromessi perversi e volgari che, con più o meno scrupoli, gli individui e la società sono disposti - o no - ad accettare. 

 

 

 

 
 
 
 
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