Quando gli elefanti piangono

Quando gli elefanti piangono

Dopo esperienze dirette con gli animali – alcune traumatiche, come l’incontro ravvicinato con un elefante durante la visita in una riserva di caccia nel lontano 1987, altre toccanti e sconvolgenti – Jeffrey Moussaieff Masson ha svilupato un interesse particolare per i sentimenti degli animali. Per quella vita affettiva ed emozionale che la scienza ancora adesso tende a non riconoscere, mentre le persone comuni invece “non hanno alcuna difficoltà a credere che i loro cani, gatti, pappagalli o cavalli abbiano sentimenti; non soltanto lo credono, ma ne hanno di continuo la prova sotto gli occhi”. Gli animali provano paura, conoscono l’amicizia e l’amore, soprattutto quello materno, come quello dell’elefantessa Ma Shwe, che intrappolata con il suo piccolo di tre mesi in una zona inondata da un fiume tiene a galla il figlio stretto al suo corpo sollevandolo con la proboscide ogni volta che la corrente rischia di trascinarlo via. Gli animali provano afflizione e tristezza, come il falco pellegrino osservato dalla biologa Marcy Cottrell Houle: sicuro dopo, alcuni giorni, di non rivedere più la sua compagna “emette un grido simile al lamento stridulo di un animale ferito, il grido di un essere sofferente” tanto da impressionare ed emozionare la biologa che nei suoi diari scrive “la tristezza del grido era inconfondibile; avendolo udito non dubiterò mai del fatto che un animale possa soffrire emozioni che noi esseri umani riteniamo esclusive della nosttra specie”. Gli animali conoscono la compassione, come l’elefante osservato in Kenya intento liberare un piccolo di rinoceronte rimasto immobilizzato in una pozza di fango. Già Charles Darwin ne L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali scriveva: “Ma possiamo essere sicuri che un vecchio cane con una memoria eccellente e un po’ d'immaginazione, come dimostrano i suoi sogni, non rifletta mai sui piaceri che ha provato in passato nella caccia?...Chi può dire che cosa provino le mucche, quando circondano e osservano una compagna moribonda o morta?”. Eppure, nonostante tutte queste osservazioni e testimonianze, i più – anche fra gli scienziati – non si dimostrano disponibili a studiare la vita emotiva degli animali, preferendo invece continuare a considerarli come esseri incapaci di provare emozioni, paura e dolore compresi...

Il corposo saggio di Jeffrey Moussaieff Masson, scritto con la collaborazione della biologa e giornalista Susan McCarthy, è frutto di una lunga documentazione fatta di ricerche e studio, ma anche di conversazioni ed approfondimenti con scienziati, addestratori di animali e persone che per lavoro o per passione trascorrono molto tempo in compagnia degli animali. Uno studio a tutto campo, dall’analisi capillare della letteratura scientifica sull’argomento fino alla raccolta delle testimonianze, in particolare di chi ha studiato gli animali selvatici nel proprio habitat. Scorrevole ed interessantissimo, nonché ricco di richiami bibliografici per chi volesse approfondire, il saggio di Masson non può non convincere anche i più scettici: “gli animali amano e soffrono, piangono e ridono, aspettano con fiducia e si disperano […]. Certo, un orso non riuscirà mai a comporre la Nona Sinfonia di Beethoven, ma non ci riuscirà neppure il nostro vicino di casa. Noi non concludiamo per questa ragione che abbiamo la libertà di sperimentare su di lui, di dargli la caccia per divertimento o di mangiarlo come cibo”. Ed è proprio questa la conclusione logica alla quale arriva Masson; condividere il mondo con creature senzienti, implica anche una revisione dei nostri comportamenti nei loro confronti. La sperimentazione sugli animali è etica? Possiamo ucciderli per procuraci indumenti, per nutrici o per adornarci? Abbiamo obblighi nei loro confronti? Dobbiamo ancora ragionare come Spinoza per cui la forza fa diritto, o abbandonare il nostro antropocentrismo ed indirizzarci verso un più profondo legame emozionale con i “nostri vicini nell’evoluzione” al di là dei confini di specie?

 

 

 

 
 
 
 

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