Quando l’automobile uccise la cavalleria

Quando l’automobile uccise la cavalleria
Dalla Toscana Federigo Caprilli, il “cavalieri volante”, il più grande campione di tutti i tempi, vissuto nemmeno quarant’anni a cavallo tra Otto e Novecento. Dal Piemonte Emanuele Cacherano di Bricherasio, conte: miglior amico di Caprilli, a sua volta prematuramente scomparso. Ancora dal Piemonte, precisamente da Villar Perosa, Giovanni Agnelli, rampollo di una agiata famiglia di imprenditori della seta. A completare il quartetto, dal Lazio nonno Benedetto, che intreccia nell’operoso Piemonte la sua storia personale con quella degli altri tre cavalieri. 1884, Esposizione generale Internazionale di Torino: il diciottenne Giovanni annusa la potenza dell’idea, un motore abbastanza piccolo da poter essere montato su un mezzo di trasporto individuale. Intanto, Caprilli e Bricherasio danno inizio, all’Accademia di Cavalleria di Modena, alla loro straordinaria amicizia. Nel mondo della Cavalleria, il Tenente Agnelli si becca tre giorni di arresto per essersi mostrato in divisa in sella ad un macinino a tre ruote con un motore a quattro tempi da 954 cc di cilindrata. Caprilli, dal canto suo, scopre una vocazione, una empatia istintiva col cavallo “è così facile. Basta lasciarlo fare senza dargli noia”. È pronto a sovvertire le rigide prescrizioni tecniche degli istruttori militari. E arrivano i concorsi ippici, in cui suscita scandalo cavalcando “con il culo per aria” ma volando come il vento e saltando ostacoli paurosi. Scrive, così, il suo nome nella leggenda dell’ippica. E Bricherasio? Lascia la Cavalleria, basta con la vita militare. Pieno di cultura e di riflessiva lungimiranza, vuole dedicarsi alle cose del mondo: lavoratori e capitalisti non sono più concetti lontani. Migliorare le condizioni di vita delle classi sociali inferiori è possibile e perfino necessario. La Francia del secolo precedente insegna. Poi arriva la F.I.A.T., e tutto cambia …
Trent’anni a cavallo tra XIX e XX secolo, un momento di trapasso in cui la storia è tutta da fare, l’Italia si è da poco unita, il Risorgimento è ancora attualità, tradizione e modernità si alternano come luci ed ombre. È il fermento delle età di mezzo, in cui si deve scegliere se fermarsi a guardare indietro o buttarsi avanti con fiducia, come un cavallo guidato con saggezza dal suo cavaliere. I quattro cavalieri incarnano in modi diversi questo passaggio. Da una parte la rivoluzione della tecnologia, Giovanni, con il motore, l’azienda, i lavoratori, gli scioperi, gli intrighi finanziari. Dall’altra l’istinto, l’intuizione, Federigo, che sovverte le norme più avite dell’arte della Cavalleria, vive la vita con passione, crede nell’amicizia. Dall’altra ancora Emanuele, nobile illuminato, che si prende del “socialista” dall’amico Caprilli perché intravede, dietro le nebbie di un confuso presente, la possibilità di un ordine sociale più equo, e non è disposto ad accettare l’intrigo ed il sotterfugio. Questo romanzo passa veloce, grazie al linguaggio sciolto e moderno che svecchia l’immagine del romanzo storico pesante e pedante. I personaggi sono completi e ben delineati, si svelano man mano e non mancano dolorosi colpi di scena; lo scenario storico è ben definito e compone con i protagonisti un quadro vivo ed equilibrato, in cui i rimandi alla contemporaneità sono frequenti ed evidenti. A volte è una morale amara, quella della Storia; anzi, come dice Caponetti nella sua Avvertenza, di questa storia, perché “in un romanzo storico, è la Storia che si adatta alla fantasia, e non la fantasia alla Storia”.

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