Quando l’imperatore era un dio

Quando l’imperatore era un dio
La primavera è particolarmente calda quest’anno a Berkeley, California. È il 1942 e un giorno, in quella fine d’aprile, quarta settimana del quinto mese di guerra, la donna, uscita a fare la spesa, vede il cartello “apparso durante la notte”. L’ordine di evacuazione n°19 è ovunque, lei prende appunti, poi torna a casa e comincia a preparare i bagagli mentre i suoi figli, una ragazzina di dieci anni e un bambino di sette, sono ancora a scuola. Subito dopo affida il gatto ai vicini, spezza il collo al pollo in giardino, dà da mangiare al vecchio Cane Bianco. Poi lo uccide e lo seppellisce. Pochi mesi prima , a dicembre, all’indomani dell’attacco a Pearl Harbor, tre uomini vestiti di nero hanno portato via nella notte il capofamiglia in vestaglia e pantofole, gli hanno concesso di prendere solo lo spazzolino da denti. Per interrogarlo, hanno detto. Da quella notte terribile solo poche notizie. Poche altre cose da fare, come liberare l’uccellino dalla sua gabbia, e il giorno dopo la donna e i due bambini sono pronti ad andare nella Stazione di Controllo dei Civili per conoscere la destinazione del loro viaggio. Un treno lento e caldo, con le tendine abbassate dai soldati armati ad ogni passaggio in città (il rischio sono i sassi contro i gialli traditori), li porterà nel deserto dello Utah, nel Campo di Ricollocazione di Topaz. Lì trascorreranno gli anni, gelidi d’inverno e torridi d’estate, fino alla fine della guerra, aspettando di poter tornare a casa un giorno. Ma niente tornerà mai come prima, niente potrà essere più come prima della guerra. Per nessuno…
Ci sono pagine intere della Storia più o meno recente che ignoriamo colpevolmente e che celano capitoli vergognosi scritti spesso proprio dai vincitori e dai “buoni”. Lo shock dell’attacco di Pearl Harbor destabilizzò completamente gli Stati Uniti che dapprima restarono attoniti, poi, in preda alla paranoia (si parlò di war hysteria), cominciarono a vedere nemici ovunque. Chiunque potesse apparire vagamente sospetto venne prelevato e interrogato fino allo sfinimento per poi essere internato in campi per prigionieri pericolosi. Qualche mese dopo, il 19 febbraio 1942, il presidente Roosvelt firmò l’Executive Order 9066: i giapponesi residenti sul suolo americano, benché cittadini americani  a tutti gli effetti, benché nessuna accusa reale potesse essere loro mossa, dovevano essere internati nei War Relocation Camps, in vaste distese desertiche polverose, gelate d’inverno e bollenti d’estate. Le condizioni di vita per gli internati forse non erano disumane come nei campi di concentramento nazisti. Ma cambiare il nome ai recinti di filo spinato guardati a vista dai soldati armati, alle baracche malmesse che per anni devono essere un focolare, alle razioni limitate di acqua e cibo, non serve a dare un sapore diverso alla mancanza di libertà, alla negazione dei diritti umani e civili. La storia di questa famiglia qualunque narrata dalla Otsuka attingendo a piene mani dai racconti della sua famiglia è la storia di tutti quei miti giapponesi americani che d’un tratto si ritrovarono ad essere considerati pericolosi nemici in casa loro; non a caso nessuno dei protagonisti ha un nome, non serve. I due bambini sono tutti i bambini che all’improvviso persero i compagni di scuola, i loro giochi, i loro cuccioli; la donna è tutte le donne che dalla sera alla mattina non ebbero più casa né marito e, nel migliore di casi, dopo anni si ritrovarono accanto qualcuno di profondamente cambiato, o tutte le donne che divennero l’asse portante attorno al quale reggere ciò che restava della loro famiglia. Ogni capitolo offre il punto di vista di ciascuno dei protagonisti, ora più ingenuo, ora disincantato in maniera spiazzante, ora solo dolente. Notevoli le pagine finali in cui leggiamo il pensiero del padre: pur mantenendo lo stile essenziale, sobrio, distaccato, discreto, molto “orientale” tipico dell’autrice le parole si fanno più affilate e taglienti. Qui la Otsuka non emoziona più scrivendo per sottrazione, come avviene in gran parte del romanzo, dove poche parole non commentate assumono i contorni delle sofferenza e dell’umiliazione: un fiore “strano e insolito” che può nascere oltre la recinzione ma diventare una pericolosa tentazione, un bulbo donato che fiorisce a primavera in una latta, una tartaruga lenta che può fuggire solitaria verso l’orizzonte e il sole che sorge. Giudicato un capolavoro dalla critica, il romanzo ha vinto diversi premi ed ha avuto venticinque edizioni solo negli USA. Seguito ideale del precedente successo Venivamo tutte per mare pare che invece sia stato scritto prima e si avvale come quello di un’ottima e sensibile traduzione. Da quel romanzo a più voci questo pare differenziarsi proprio per l’esiguità dei protagonisti; eppure non è affatto così e deve essere considerato un racconto solo formalmente non corale. Una dichiarazione dell’autrice pare non lasciare dubbi in merito:”È una storia autobiografica, che mi è apparsa in modo casuale per immagini. Mi son resa conto dopo di quanto la guerra fosse per me un argomento necessario. E non solo per me, ma anche per la mia famiglia e per tutto il mio popolo. […] La memoria è importante, io scrivo per difenderla”. Per chi vuole conoscere la Storia che non si insegna a scuola, per chi ha amato quel piccolo gioiello che è Venivamo tutte per mare.
 

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