Quando parla Gaber

Quando parla Gaber
“Non è vero che il destino entra alla cieca nella nostra vita. Entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato”; “La libertà è una ridicola religione moderna. Quale libertà? Come libertà?... L’uomo libero è una frase senza senso”; “Vedo un’anestesia generale nella quale l’uomo ripete gesti già fatti… Non vive, sopravvive”.  Come svegliarci dunque da questa anestesia come scappare dal sentimentalismo dall’ignoranza, dalla miseria culturale e civile, come ci possiamo liberare dalla finta libertà e dall’inesistente democrazia in cui viviamo? Forse ascoltando - o meglio leggendo - le parole di Giorgio Gaber, a giusta ragione definito utopista o filosofo ignorante. Raccolti in questa specie di breviario irreligioso frammenti di spettacoli, interviste, registrazioni radiofoniche e d’incontri con il pubblico che ripercorrono gli anni forse più “gravidi di pensiero”, quelli dal 1970 al 2002, che coincidono poi con la stagione d’oro del teatro canzone, gli anni del sodalizio Gaber-Luporini, gli anni più fecondi di argomenti che spaziano dall’amore coniugale alla famiglia, dalla cultura alla fede, dalla solidarietà fino alla nevrosi infantile dell’umanità per poi approdare alla triste disfatta del pensiero e la sconfitta della coscienza…
Tanti capitoli, da “secondo me gli italiani” a “attraverso la macchia nera è lo stato” passando attraverso “i dilemmi di coppia ” per arrivare alle “domande per un senso di vita e non di morte” per un libro che non propone ricette preconfezionate né giudizi lapidari ma che offre un nuovo punto di vista, uno sguardo disincantato sulla realtà, un differente modo di considerare sentimenti e situazioni. Un libro privo d’illusioni, privo di diktat, un libro che si conclude con aforismi “branditi come bisturi” che in poche lapidarie righe focalizzano stati d’animo comuni e sintetizzano il pensiero dell’uomo contemporaneo. L’opera di Gaber e Luporini conferma la propria lungimiranza, il proprio essere svincolata dal tempo. E torna a rivolgersi al suo interlocutore, che non è più l’uomo di una particolare generazione - che forse sì, ha perso - ma l’uomo che verrà, l’uomo che vive oggi e che nell’oggi respira e si affanna. E come ci ricordano bene Gaber e Luporini, “c’è una fine per tutto… e non è detto che sia sempre la morte”.

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